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PALAHNIUK SUL NILO 6/11/06

Intervista ad Ahmed Alaidy, giovane cantore del minimalismo egiziano

Paola Caridi

Lunedi' 6 Novembre 2006
“Siamo una generazione autistica, che vive sotto lo stesso tetto con degli stranieri che portano nomi simili ai nostri”. Ahmed Alaidy non fa sconti. Né a se stesso, né a chi in Egitto – come lui – è nato a cavallo tra l’era di Sadat e quella di Mubarak. La generazione nata, cresciuta e svezzata sotto le leggi d’emergenza, mai tolte da quando Anwar el Sadat fu ammazzato nel 1981. Nata e cresciuta tra i miti americani, i McDonald, gli sms e i blog. “L’Egitto ha avuto la sua Generazione della Sconfitta. Noi siamo la generazione che è venuta dopo. La generazione di quelli che non-hanno-avuto-niente-da-perdere”, scrive Alaidy nell’unico riferimento politico contenuto nella sua opera prima, An Takun Abbas el Abd [Essere Abbas el Abd]. Un romanzo breve, scarnificato, alla Chuck Palahniuk, per intendersi, che lo ha fatto arrivare agli onori della cronaca letteraria egiziana nel giro di pochissimo tempo. Appena tre anni. Tanto da far scendere in campo l’American University of Cairo Press, che ha appena fatto uscire il libro sugli scaffali in inglese. Per far conoscere, fuori dai confini del grande colosso arabo, la punta di diamante di un fenomeno ormai conclamato: i nuovi scrittori egiziani, poco eredi di Mahfouz, molto più vicini – semmai – a modelli europei e americani piegati alla orgogliosa rivendicazione della propria identità di arabi.
La Generazione della Sconfitta, di cui parla Alaidy, è quella che visse la caduta del mito di Gamal Abdel Nasser dopo il rovinoso esito della guerra del 1967. Una generazione cantata con maestria da Naguib Mahfouz, e che i giovani uomini e le giovani donne di oggi riscoprono come modello. “Sì”, conferma Alaidy, classe 1974, “in fondo siamo come negli anni Sessanta, in guerra. Oggi, siamo in un tempo di guerra non ufficiale, non dichiarato. Ora è il nostro regime a essere contro la nostra gente”.
“Siamo autistici, perché il nostro mondo è solo quello interiore. Con il proprio linguaggio, il proprio gergo, i propri slogan, i propri metodi”, dice Alaidy, diventato scrittore senza dopo una laurea in marketing e una teoria di lavori dal grafico allo scrittore di programmi televisivi. Una interiorizzazione generazionale di cui fa parte – spiega Alaidy con sdegno - anche quello che è successo di recente durante l’Eid el Fitr, la festa che segue la fine del ramadan, nelle affollatissime strade del centro del Cairo, quando orde di ragazzi hanno cominciato ad assalire ragazze, fossero velate o svelate, per molestarle. “E’ la faccia abietta di questa mia generazione autistica. È stata una sorta di masturbazione di massa”.
A dire il vero, la faccia crudele e turpe del Cairo compare anche nelle pagine di Essere Abbas el Abd, un romanzo che poggia sulla pazzia del protagonista e dei pochi individui che lo circondano: lo zio psichiatra d’accatto che lo alleva, Abbas el Abd in cui si mimetizza e che forse è solo il suo alter ego schizofrenico, le due ragazze – entrambe di nome Hind – che in questo gioco del doppio cercano di fare entrare il protagonista nel mondo reale. La lingua di Alaidy è infarcita di egiziano colloquiale e di anglismi. Ma – soprattutto – il dialogo con gli altri è spesso al limite dell’insulto, ingrugnito, duro, senza indulgenze. In una città dove vivere è sempre un esercizio di sopravvivenza. Allora, Alaidy odia il Cairo? “No - risponde -. Odio la bruttezza di questa città che in passato era stata considerata la più bella del mondo. Odio che la gente di questa città sia ormai in una enorme prigione, e non sto usando una metafora. Odio che tutti noi siamo trattati come greggi di pecore, e che in un prossimo futuro rischiamo di essere portati – come pecore – al mattatoio”.
“Noi siamo i nuovi ebrei, sul pianeta”, dice, usando un tono pacato e per niente retorico. “A differenza degli ebrei, però, non siamo in diaspora, siamo abbandonati nei nostri stessi paesi. Che si sono trasformati in un grande ghetto. Per questo, perché la nostra è una situazione orribile, anche la nostra lingua è diventata più brutta, più turpe. Siccome siamo diffamati, usiamo un linguaggio diffamante, una lingua che è molto più dura dello slang”.
Alaidy non è un ottimista, insomma. I suoi mentori, d’altro canto, si chiamano Chuck Palahniuk (“sono uno studente alla sua scuola di minimalismo”, spiega). E poi Sonallah Ibrahim, il grande cantore egiziano dell’individualismo e dell’isolamento. Ahmed Alaidy è riuscito a metterli insieme, lo scrittore dell’alienazione americana e il Kafka del Nilo, in una prosa scarnificata, spezzata. E compiutamente postmoderna, in cui i dialoghi veloci da sitcom si accavallano a numeri, segni grafici come gli smile, interiezioni, grassetti e corsivi. Hanno detto che la sua scrittura assomiglia a quello del primo Sonallah Ibrahim. “Non ambivo a tanto. Ibrahim per me è modello: descrive l’isolamento dell’individuo. Perché ora, quanto più alto è il nostro uso della tecnologia – dai telefonini a internet – tanto maggiore è il nostro isolamento comunicativo”.
È stato proprio Ibrahim a fargli spiccare il volo. Alaidy si era fatto coraggio, lo aveva chiamato ripetutamente, e si era bloccato davanti a una segreteria telefonica. Poi lui aveva risposto, e Alaidy aveva avuto solo il coraggio di dire “Mi aspettavo una segreteria telefonica”. E di rimando, Ibrahim: “Se vuoi, riattacco”. Una conversazione che avrebbe potuto far parte, a ragione, di Essere Abbas el Abd. Quando Ibrahim lo ha letto, il romanzo, gli ha mandato una email altrettanto scarna, “chiamami”, la stessa frase che il protagonista dice a una delle due Hind di scrivere sui bagni pubblici dei mall del Cairo. Poi, la pubblicazione sulla più importante rivista letteraria egiziana, l’uscita del libro presso Dar Merit, la casa editrice dei talenti. E poi il salto verso il vasto parco dei lettori anglofoni. Per un giovane “autistico”, una vera e propria nemesi. Il prossimo libro, promette, sarà “una piccola rivoluzione per l’individuo”. Sul consumismo.

Leggi l'intervista sul Domenicale del Sol24Ore



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