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L'americanizzazione commerciale e culturale del Kosovo dopo il '99 è sotto gli occhi di tutti. Ma in tempi cruciali per la decisione sullo status finale della piccola provincia serba, Washington mira a un bottino molto più grosso: il controllo delle risorse energetiche che passano per i Balcani. Via Bondsteel

Lucia Sgueglia

Giovedi' 2 Novembre 2006

Che il destino del Kosovo non si decida a Belgrado né a Pristina, è ormai cosa risaputa. Un po' meno note sono le relazioni interne al Gruppo di Contatto (composto da Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Russia), che ha il compito di portare al tavolo dei negoziati Serbia e Pristina nei 'colloqui di Vienna', rivelatisi finora un fallimento. Belgrado continua ad appellarsi alla risoluzione Onu 1244, che mise fine alla guerra del 1999 e definisce il Kosovo come parte della Serbia. A Pristina, dove sotto la tutela Onu (con la missione UNmiK)sono state create in questi anni strutture parallele di governo locale, si guarda all'indipendenza come unica soluzione accettabile.
L'impasse quest'anno sembrava giunta a un giro di volta: per dicembre è atteso il rapporto del mediatore speciale Onu, il finlandese Martti Ahtisaari, sulla questione. Ma indiscrezioni trapelate in questi giorni sul documento hanno rivelato le difficoltà internazionali in merito al Kosovo. L'indipendenza in tempi brevi, data per scontata ultimamente nelle sfere diplomatiche, nel rapporto non sarebbe menzionata: il piano ipotizza per la piccola provincia ancora formalmente serba (ma de facto autonoma) una sovranità limitata per 12-18 mesi, cui seguirebbero elezioni politiche e una nuova costituzione. Scompiglio a Pristina, ma non solo. Scontenta è Belgrado, che ha appena voluto ribadire la propria sovranità sulla regione con il referendum costituzionale. Scompiglio anche a Mosca: la Russia è il principale avversario dell'alienazione del Kosovo dalla “sorella” Serbia (che costituirebbe un precedente per le regioni separatiste filorusse in Moldavia e Georgia), e nel Consiglio di Sicurezza Onu, cui spetta l'ultima parola sullo status, potrebbe porre il proprio veto (insieme alla Cina) congelando ad libitum la decisione.
La posizione del mediatore Onu, del resto, rispecchia quella dell'Europa, in particolare Francia e Germania, favorevoli a una soluzione più morbida e graduale, che sfocerebbe comunque in una forma d'indipendenza per Pristina, non più in discussione a ovest dei Balcani. Nel cammino che porta lontano da Belgrado sarebbe la Ue ad assumere un ruolo centrale, sostituendo l'Onu in modo simile a quanto avviene in Bosnia. Bruxelles si gioca moltissimo in questo processo: nei Balcani l'Europa non può permettersi più errori.
Ma a spingere per una soluzione radicale c'è Washington, da sempre per un'indipendenza rapida e senza condizioni. Di recente l'inviato statunitense in Kosovo Wiesner ha dichiarato che gli Usa mirano a una determinazione dello status finale addirittura entro il 2006. Una fretta che ha robuste motivazioni. Se sarà l'Europa a doversi accollarsi la transizione della piccola regione verso il suo status finale, infatti, gli affari (e la cultura) in Kosovo dal '99 parlano americano. Passeggiando per Pristina l'effige del 'liberatore' Bill Clinton troneggia nel Boulevard a lui dedicato, mentre ogni anno la provincia a maggioranza albanese e musulmana commemora con commozione l'11 settembre, e il 4 luglio festeggia l'Independence Day come auspicio per il futuro. I negozi del centro sfoggiano bandiere a stelle a strisce e ostentano insegne come Kosova Fried Chicken, Uncle Sam Fast Food. Sunny Hill è la collina dove ha sede “Film City, quartiere generale Nato-Kfor. Al di là della sudditanza politica, un sintomo della dipendenza totale dell'economia locale dalla presenza internazionale (11mila persone).
Per capire meglio bisogna guardare a sud est della capitale, nei pressi di Urosevac/Ferizaj. Dove dissimulata tra lievi colline sorge Camp Bondsteel, la più grande base Usa dai tempi del Vietnam. Una cittadina in miniatura, ipertecnologica e con tutti i comfort della vita made in usa, tra cui un Burger king e un ospedale da manuale. Eretta in tempo record nel 1999 (a bombardamenti non ancora terminati) senza alcuna autorizzazione internazionale, si dice abbia licenza di restare in loco per 99 anni. Ufficialmente dipende dal comando generale della K-for, ma obbedisce direttamente al Governo americano. Passando di qui fuggirono all'estero membri dell'Uck macchiatisi di crimini. Durante la guerra in Iraq era base per i Black Hawk, e a giugno è finita nell'occhio del ciclone per la partecipazione al sistema delle extraordinary renditions. Ma oltre a fare da testa di ponte per il Medioriente, Bondsteel si trova anche su una altra rotta: quella dell'energia. Da qui dovrebbe passare la Transbalkan Oil Pipeline, oleodotto sponsorizzato dagli Usa destinato a portare il petrolio dell'Asia in Europa, bypassando Mosca (e Berlino). Il condotto nei Balcani tocca prima Burgas in Bulgaria (dove sta per sorgere una base Usa), poi attraversa la Macedonia (il cui confine col Kosovo passa a poche miglia da Bondsteel), fino a sfociare sulle coste albanesi, nel porto adriatico di Vlore.
Ma oggi a Bondsteel vivono solo 1700 soldati. Accanto a loro però ci sono 1200 lavoratori di aziende private che assicurano i servizi essenziali, logistica e rifornimenti, ma anche la sicurezza. Il loro datore di lavoro si chiama Brown & Root e dipende da Halliburton, un nome noto. La stessa costruzione di Bondsteel è opera di B&R, che nel 1999 ottenne (senza gara) l'appalto per la fornitura di servizi al campo. Un affare da 2, 5 miliardi di dollari. Oggi la compagnia impiega migliaia di civili (albanesi), ed è il maggiore datore di lavoro in Kosovo.

Articolo uscito oggi su Il riformista

Sulla base americana di Camp Bondsteel leggi un reportage di Sgueglia del 2003



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