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UN ROMPISCATOLE AL SENATO 23/9/03

Un senatore vuol vederci chiaro nei finanziamenti alle banche di sviluppo. Molte delle quali sono nella bufera

Emanuele Giordana

Martedi' 23 Settembre 2003
Sembrerà paradossale, ma ad aiutare il ministro del Tesoro Giulio Tremonti a far tornare i conti in rosso del Belpaese, potrebbe essere, una volta tanto, un parlamentare dell'opposizione. Che potrebbe fargli risparmiare, almeno sul breve periodo, circa 120 milioni di euro, ossia circa 240 miliardi di vecchie lire.
La vicenda gira attorno a un disegno di legge, già approvato alla Camera nel disinteresse generale a luglio scorso, e che verrà presentato in Senato a breve. Riguarda i contributi obbligatori che, in base a convezioni internazionali, il Tesoro paga a istituzioni finanziarie globali come il Fondo monetario o la Banca mondiale. Si tratta, generalmente, di passaggi parlamentari di routine: il ministero presenta quattro o cinque paginette in cui si ricorda che, in base all'accordo A l'Italia deve dare tot al Fondo internazionale B, il relatore illustra e raccomanda, i parlamentari votano, il Tesoro sborsa. Ma questa volta le cose sono andate diversamente. E sui 15.360.000 dollari all'Interamerican Investment Corporation (Iic) così come per i 110.221.542 euro destinati al Fondo asiatico di sviluppo (Adf), il relatore del Senato ha voluto, per una volta, vederci chiaro.

Una filiera nella società civile

Così Francesco Martone, in quota ai Verdi nella Commissione esteri del Senato e relatore del disegno di legge del Tesoro, ha pensato bene di sedersi al suo pc e ha cominciato a mandare in giro un po' di e-mail alla sua vecchia filiera di amici. Martone è stato per anni il responsabile di un’organizzazione non governativa molto attiva che si chiama "Campagna per la Riforma della Banca Mondiale" e quindi si buon ben capire come di banche di sviluppo ne sappia qualcosa. In più la sua filiera si dipana nelle miriadi di associazioni di base che sono poi i veri terminali di monitoraggio di come la grandi banche di sviluppo spendono i soldi pubblici. Nel frattempo ha chiesto ai suoi collaboratori di raccogliere informazioni e si è messo lui stesso a fare un po' di ricerche. Mentre alla Camera la legge passava, comme d'abitude, in quattro e quattrotto.
In quattro e quattrotto intanto, la filiera si metteva in funzione altrettanto velocemente. Martone ha cominciato a ricevere mail dallo Sri Lanka, dal Pakistan, dall'Indonesia e da numerosi paesi dell'America latina. Gli hanno scritto i vecchi amici della Campagna, ma anche diversi parlamentari e persino i capi villaggio di qualche comunità locale interessata da progetti finanziati dai Fondi di sviluppo.
Nel giro di qualche settimana, il parlamentare dei Verdi, conosciuto anche come il "senatore no-global" (fu lui a denunciare l'uso dei micidiali gas CS usati a Genova dalla polizia) o anche come il "rompiscatole della commissione esteri", aveva sulla scrivania un bel dossier, arricchitosi di articoli di giornale, inchieste parlamentari in altri paesi e studi sulle attività delle banche. Molte delle fonti locali di Martone, che preferisce rimangano anonime, gli hanno fornito un quadro della situazione dei finanziamenti su cui il senatore non ha fatto fatica a trovare riscontri sulla stampa internazionale specializzata o nei comitati interni stessi di alcuni istituti finanziari. Dove tra l’altro il nostro paese è rappresentato e ha, seppur in parte, potere decisionale. Al rompiscatole della commissione esteri è poi anche venuto in mente che, da un paio d'anni, il Parlamento ha iniziato un'indagine conoscitiva sulle istituzioni finanziarie internazionali. In buona sostanza, il senatore ha pensato che fosse il caso di chiedersi come vengono spesi i nostri soldi che dovrebbero andare a finanziare progetti di sviluppo nei paesi poveri. Martone, che quando lavorava nella "Campagna" si è sempre occupato di trasparenza e di accesso alle decisioni finali anche da parte dei cosiddetti beneficiari (i capi villaggio per dirla in una parola) ha colto insomma la palla al balzo.

I soldi dell'Asia

La sua attenzione si è concentrata dunque sul Fondo asiatico di sviluppo, una struttura della Banca asiatica per lo sviluppo (Adb). Sulla quale diversi osservatori e un'intera filiera di Ong hanno compilato corposi cahier de doleance. L'ultimo di questi è stato reso noto nel luglio scorso ad Honolulu. Secondo Environmental Defense e AdbWatch, le ricerche sulla resa degli investimenti della Banca asiatica di sviluppo dimostrerebbero che circa il 70% dei progetti finanziati in Indonesia, Pakistan e Sri Lanka (quest'ultimo tra i maggiori beneficiari del Fondo asiatico) non avrebbero raggiunto gli obiettivi per cui erano stati erogati. Sugli insuccessi della banca, precisa il dossier, non c'è nulla di segreto: è stato sufficiente infatti mettere in fila i dati pubblici dell'Adb, il cui obiettivo statutario (e per il quale viene finanziato) è quello della lotta alla povertà. Martone nota che tra il 1966 e il 2002, "il solo Fondo ha finanziato 1752 progetti in 32 paesi nell'area Asia pacifico per quasi 100 miliardi di dollari", che non sono proprio noccioline. "Ma i dati stessi della banca dicono che la percentuale di insuccessi è così elevata che è abbastanza evidente il rischio che i finanziamenti non abbiano nessuna benefica ricaduta sui paesi che li ricevono". Martone fa l'esempio di due progetti miliardari in Pakistan (Chashma Canal Project) e in Thailandia (Samut Prakarn Wastewater Management Project) che hanno sollevato perplessità, sulla loro gestione, negli stessi uffici di controllo della banca. Nel caso dello Sri Lanka, paese insanguinato da una decennale guerra civile, la percentuale di insuccesso è ancora più alta che negli altri paesi e quasi 8 progetti su 10 si dimostrano fallimentari: "costi che lievitano, preparazione inadeguata dei progetti, assenza di controllo e, soprattutto, di consultazione con i supposti beneficiari", dice Martone sventolando la mail di un capo villaggio dello Sri Lanka che aggiunge alla pila di dossier "istituzionali". Inoltre secondo il senatore, che sta preparando le sue critiche al disegno di legge e i suoi interrogativi sull'erogazione dei finanziamenti, la "Banca asiatica non sembra intenzionata ad ascoltare gli appelli che provengono da mezzo mondo contro la repressione della giunta militare birmana". In sostanza la Banca continua a finanziare, anche con soldi italiani ed europei, un paese che la Ue ha messo sotto sanzioni e dove i diritti dei lavoratori sono carta straccia: sotto accusa c'è il Greater Mekong Basin Programme, un progetto enorme che riguarda il comparto idrico come buona parte dei finanziamenti erogati dall'Adb. Le perplessità non sono solo di Martone: "nel luglio scorso il Congresso americano ha votato una legge che fra l'altro chiede ai suoi rappresentanti nelle banche di sviluppo di votare contro prestiti e finanziamenti alla giunta". Quella, per intendersi, che tiene chiusa a catenaccio la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Naturalmente non tutti i progetti sono sotto tiro, se almeno 3 su 10… non sono stati degli insuccessi. Ma per tornare al dossier di Environmental Defense, "i progetti che la banca asiatica definisce come andati a buon fine – scrivono le Ong nel loro rapporto - sono quelli che non sono stati per niente monitorati". Qualche dubbio è lecito.

I soldi dell'America Latina

L'altra istituzione sotto accusa è l'Interamerican Investment Corporation, il cui settore di intervento è invece l'America latina. Con la differenza che qui non si tratta solo di spendere male i quattrini o di decidere i progetti sulla testa dei protagonisti locali. Le accuse sono più pesanti. I guai per l'Iic (che è una struttura della Banca interamericana di sviluppo o Bid, colosso finanziario con sede a Washington) sono arrivate dopo una serie di inchieste giornalistiche. Che ripercorrevano indagini interne su contratti poco trasparenti e riportavano taglienti interviste di imprenditori e contrattisti privati che denunciavano malversazioni. Una storia che ha finito per mettere in difficoltà il presidente stesso del Bid, Enrique Iglesias, accusato di essere al centro di quella che è stata definita una cadena de felicidad.
Il caso più grosso salta fuori nel 2002, quando il comitato di vigilanza del Bid apre un'inchiesta su un contratto per un programma informatico concesso alla Plexus Consulting Group di Washington e alla Ernst & Young per svolgere un progetto a Panama da 700mila dollari. Una volta a Panama, la società di Washington scopre però che avrebbe dovuto far saltar fuori 100mila dollari per garantire il buon fine del lavoro. In parole povere una tangente. Mentre Steve Worth della Plexus spifferava tutto a un giornalista di Insight, il Bid cominciava ad ammettere, seppur minimizzando, di altri casi di corruzione in Argentina e Nicaragua. Mentre un altro imprenditore privato, sempre statunitense, denunciava altre pratiche assai poco trasparenti: l'imprenditore era del parere che il Bid non garantisse la necessaria trasparenza nei processi di gara internazionali che gli sembravano troppo sbilanciati verso le imprese locali. Intanto erano saltati fuori altri dubbi su alcuni progetti sia in Ecuador che in Colombia. E ancora, una riunione di parlamentari sudamericani, che si sono incontrati a Milano nella primavera scorsa, ha fatto il punto sulle politiche del Bid mettendo sul banco degli imputati un organismo definito, nel migliore dei casi, clientelare e poco trasparente. "Infine - aggiunge Martone - le nostre ricerche raccontano di perdite finanziarie del Iic per oltre 50 milioni di dollari tra il 2001 e il 2002. Abbastanza per volerne sapere di più".

Vederci chiaro

Le inchieste giornalistiche condotte da Martin Edwin Andersen per Insight hanno finito per far alzare la testa e la voce anche alla rappresentante europea che siede nel board del Bid, Michaela Zintl, una tedesca che nella banca ha il ruolo di executive director e che rappresenta Belgio, Germania, Israele, Olanda. E anche l'Italia. La Zintl ha chiesto spiegazioni sulle indiscrezioni filtrate nella stampa ed è anzi stata l'unico direttore a farlo. La signora di Bonn avrebbe voluto anche sapere perché una serie di questionari inviati da Insight all'ufficio relazioni esterne del Bid non avevano avuto risposta. La vicenda ha insospettito anche gli americani. E il Congresso degli Stati Uniti ha deciso per il momento di congelare i finanziamenti.
In questo quadro, dice Martone, "sarebbe forse necessario che il ministro del Tesoro venisse a rispondere in aula, se è addirittura il nostro rappresentante al Bid ad avere perplessità sulla gestione di diverse operazioni della banca". Secondo Martone dunque, prima di sborsare le quote richieste dalla due istituzioni finanziarie, è meglio avere le idee più chiare. Anche perché, dice ancora il senatore, l'Iic è una struttura del Bid “il cui compito è finanziare la piccola e media impresa latinoamericana che, in molti casi, è in mano ad italiani”. Una questione che ci riguarda da vicino.
A pagare insomma si fa sempre in tempo. Un argomento che a Tremonti dovrebbe stare a cuore.

(Pubblicato sul n.36/03 del Diario della settimana)



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