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LOTTA ALLA FAME: "CHE STATE A FAO?" 25/10/06
Questo il nome della campagna che Action Aid ha lanciato in vista della revisione del piano d'azione della Fao per combattere la fame. A dieci anni dal vertice di Roma i risultati scarseggiano e l'organizzazione indipendente chiede maggiore impegno nel settore agricolo
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Tiziana Guerrisi
Mercoledi' 25 Ottobre 2006
La Fao (Food and Agriculture Organization) si prepara alla revisione del piano d'azione per combattere la fame nel mondo e Action Aid avvia una campagna per denunciare il fallimento delle politiche dell'Onu e dei singoli governi impegnati nella lotta alla fame. Per questo l'organizzazione indipendente impegnata nella lotta alla povertà in più di cinquanta paesi ha presentato oggi a Roma un'anticipazione del rapporto sulla sicurezza alimentare in sette paesi. Il lavoro verrà reso noto per intero il prossimo 3 novembre nei palazzi della Fao, nel quadro della campagna "Che state a Fao", che l'organizzazione ha promosso per chiedere conto delle molte promesse disattese in dieci anni di lotta alla fame.
I dati ufficiali dell'agenzia delle Nazioni Unite sono scoraggianti: 852 milioni di persone soffrono la fame nel mondo, ben 18 in più rispetto al 1996, a fronte della dichiarazione di intenti e del piano d'azione sottoscritto da numerosi capi di stato al primo vertice sull'alimentazione a Roma del 1996. La lotta alla fame resta il primo degli Obiettivi del Millennio entro il 2015: son passati dieci anni eppure la situazione non accenna a migliorare. Rispetto alla crescita della popolazione mondiale la percentuale degli affamati è diminuita, ma non il numero complessivo. Il 98 % delle persone che soffrono la fame vive nei paesi più poveri, e il 50 % è formato da piccoli agricoltori. I numeri non lasciano spazio ad alibi: se in passato la produzione agricola mondiale non bastava a sfamare l'intera popolazione, oggi sarebbe in grado di rispondere al fabbisogno del doppio degli abitanti del pianeta. Le responsabilità, allora, sarebbero solo di natura politica: secondo Marco Del Ponte, segretario generale di Action Aid Italia, bisogna cambiare prospettiva e passare da politiche di aiuto alla popolazione a un modello che promuova l'accesso diretto alle risorse. Del resto già il piano d'azione del 1996 - alla cui modifica la Fao lavorerà nei prossimi giorni - puntava l'attenzione sulla centralità dell'agricoltura nella lotta alla fame, attraverso l'impegno a promuovere politiche commerciali compatibili con la sicurezza alimentare. Istanza disattesa già a partire dalle politiche agricole europee "che propongono sistemi che escludono dal mercato i piccoli agricoltori del Sud" spiega Del Ponte. Stesso appunto sulle scelte operative di molti organi internazionali nei paesi più poveri, i cui investimenti sembrerebbero favorire il commercio con l'estero piuttosto che la ridistribuzione della ricchezza fra la popolazione locale. Una sorta di economia a latere, che non coinvolge in modo diretto i cittadini. In Brasile per esempio il mercato della soia occupa il 42 % della produzione agricola nazionale, ma coinvolge appena il 5 % dei lavoratori. In Pakistan la coltivazione di grano (destinato soprattutto al mercato interno) è aumentata l'anno scorso del 3 % a fronte del 23 % del cotone, prodotto principe nell'esportazione verso i paesi più ricchi. Un sistema in cui parte delle responsabilita, sottolineano ad Action Aid, dipendono anche da politiche nazionali poco lungimiranti. Non resta che attendere la settimana prossima per conoscere se e in che modo la Fao, insieme ai singoli paesi che ne fanno parte, intende cambiare regime.
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