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MORATORIA, IL PASSO INDIETRO DI ROMA 21/10/06

Nonostante il parere positivo del Parlamento italiano, il governo ha deciso di non presentare alle Nazioni Unite la richiesta. Ma la polemica non si placa. La posizione di Nessuno Tocchi Caino

Tiziana Guerrisi

Sabato 21 Ottobre 2006

Sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali l’Italia si tira indietro. Nonostante il parere positivo del Parlamento italiano, il governo ha deciso di non presentare alle Nazioni Unite la richiesta di una moratoria. E la polemica infuria. Due giorni fa la Commissione Affari esteri della Camera ha votato all'unanimità parere favorevole sul testo da portare a New York, ma comunque non se ne farà nulla. Causa ufficiale: disaccordi in sede europea. “La maggioranza dei paesi dell'Unione si è pronunciata contro, nella convinzione che essa non avrebbe potuto contare quest’anno sul necessario sostegno in termini di voti”, recita il comunicato della Farnesina. Proprio questa decisione, insieme alle motivazioni addotte dal governo, ha aperto la strada all'indignazione di molti. A partire da Sergio D'Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, nota organizzazione che lotta per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo, e deputato della Rosa nel Pugno. D’Elia definisce il comportamento del governo “inaccettabile” su tutti i fronti. “Le condizioni per far approvare all'Onu la moratoria esistono oggi, come già sei anni fa”, esordisce. Facendo un rapido conto dei votanti alle Nazioni Unite, la proposta italiana conterebbe su una vittoria matematica. “Dei 192 paesi dell'Onu – sottolinea D'Elia – possiamo contare su un appoggio che oscilla tra 97 (già abolizionisti) e 105”. E considerando che, in media, una ventina di paesi si astengono sempre, la partita sarebbe vinta quasi certamente.
Allora perchè Palazzo Chigi non ha voluto impegnarsi? La spiegazione viaggia su due binari: da una parte per rispettare la posizione dell'Unione europea, sfavorevole alla moratoria. Secondo la Farnesina, la marcia indietro nostrana è dovuta proprio alla freddezza di alcuni partner europei. Già su questo primo punto D'Elia obietta: “E’ inaccettabile rivendicare il consenso europeo in politica estera come principio giuridico”, afferma, ricordando che la politica internazionale degli stati membri è sempre stata appannaggio di scelte interne. Non solo, le perplessità coinvolgono il governo anche da un punto di vista formale, dati gli obblighi di Palazzo Chigi a dare seguito alla volontà del Parlamento. Non solo sulla risoluzione di giovedì scorso, ma anche su quella analoga del 27 luglio 2006, passata sempre all’unanimità. “Il Parlamento non fa pressioni, ma atti di indirizzo politico a pieno titolo, a cui il governo deve rispondere”, specifica il deputato. Tantopiù che il governo Prodi aveva ribadito il suo impegno pro-moratoria già in occasione del voto di fiducia del Parlamento, nel maggio scorso.
D’altro canto ci sono i postumi della neo-elezione italiana a membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu per il prossimo biennio. Secondo molti, infatti, la vera spiegazione supera i confini europei per arrivare proprio in seno alle Nazioni Unite. Questa settimana il nostro paese ha portato a casa l'ottimo bottino dell'elezione al Consiglio di Sicurezza Onu, con 186 voti a favore. Secondo Nessuno Tocchi Caino, il governo italiano avrebbe scelto la linea morbida proprio per evitare dissapori al Palazzo di Vetro. Un'occasione persa, secondo molti, anche se non tutte le organizzazioni impegnate per l'abolizione della pena capitale hanno reagito prontamente. Amnesty Italia, per esempio, che in passato aveva espresso perplessità sull’utilità della battaglia per la moratoria, non ha partecipato al dibattito, evitando di rilasciare dichiarazioni.
A conti fatti, il nostro paese avrebbe potuto inaugurare il biennio newyorkese con una scelta politica sostanziale, oltre che civile – tra l'altro fortemente voluta in casa – invece di scegliere la via della “diplomazia a tutti i costi”. Ma il governo avrebbe dovuto affrontare critiche (e conseguenze) all'Onu da parte di chi, contrario alla moratoria, aveva sostenuto Roma all'elezione al Consiglio di Sicurezza. Ma, ancor prima, avrebbe dovuto emanciparsi dalla forzatura di una “visione comune a tutti i costi” in seno alla Ue. Ne sarebbero forse seguite frizioni a Bruxelles. E magari con Londra, come suggerisce D'Elia, che è storicamente indecisa su una moratoria universale, a causa della politica di molti stati del Commonwealth, dove vige ancora la pena di morte.



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