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DANIELE HUILLET, IL PIACERE RADICALE DELLA VISIONE

Addio alla compagna inseparabile di vita e di cinema di Jean Marie Straub morta una settimana prima dell'uscita a Parigi di "Quei loro incontri", l'ultimo film girato insieme

Cristina Piccino

Mercoledi' 11 Ottobre 2006

La vita di Danièle Huillet prima dell'incontro con Jean-Marie Straub, cioè prima del loro cinema, si sintetizza nelle note pubbliche in una data, 1 maggio 1936, il giorno della nascita, a voler essere un po' cabalistici, e questo l'avrebbe fatta sorridere e magari pure un po' indignare, c'era in questa combinazione già la chiave del tempo a venire. Il primo maggio dei lavoratori in festa, gli anni della guerra di Spagna la cui eco con violenza, nella fuga di migliaia di rivoluzionari massacrati dai fascisti e dall'esercito di Franco arriva fino a Parigi, la città natale. Pure se poi Danièle Huillet «frequenta» la campagna, e lì torneranno i loro film, in un gesto che guarda quasi al principio del cinema e dell'era moderna. È dal 1962 che troviamo notizie di lei, inseparabile, anzi inscindibile il suo nome (e viceversa) da quello di Jean-Marie Straub, il loro è lavoro politico e poetico in un'amorosa complicità che è dichiarazione di resistenza a ogni possibile compromesso. Di critica e radicalità del piacere visuale, una pratica antagonista sganciata sempre però dai supremi valori. La forza delle loro immagini sta piuttosto nel tono visivamente e acusticamente dissonante, è questo che le mette e con prepotenza al centro dell'attenzione etica e politica.
Le fotografie degli anni Sessanta e Settanta ci rimandano una ragazza di bellezza «nouvelle vague», segreta come la sua biografia, gli occhi penetranti sotto ai capelli scuri, quello sguardo che a tanti sembrava durissimo e che celava invece una dolcezza piena di umorismo come raramente capita di incontrarne. Poteva sembrare austera Danièle, mai un accenno di trucco, un'apparente non curarsi di sé che era invece eleganza innata. Adesso è andata via in un ospedale francese della Vandea, dove aveva raggiunto alcuni amici per curarsi. E fa fatica, e dolore, pensare a Jean-Marie da solo, lui che diceva appena pochi giorni fa che lei, Danièle, era il suo corpo e la ragione del suo stare al mondo mentre lui è soltanto un disguido della natura. Entrambi col distributore francese - Quei loro incontri esce a Parigi il 18 - scherzavano sul fatto che in sala il film sarebbe arrivato dopo la loro morte, farai un sacco di soldi dicevano.
All'ultima Mostra di Venezia Jean-Marie Straub e Danièle Huillet non hanno accompagnato Quei loro incontri, ritorno a Cesare Pavese già esplorato in Dalla nube alla resistenza, Danièle stava già malissimo, eppure solo qualche giorno più tardi fermandosi dagli amici a Buti - doveva affidargli il cane Melchiorre - con cui da Sicilia! ha diviso questi ultimi anni di ricerca, leggeva un nuovo testo da girare in primavera. «La morte di un giusto pesa tanto di più», sussurra al telefono Marco Müller volato immediatamente a Parigi che Quei loro incontri lo ha voluto in gara appoggiando la decisione di premiare col Leone d'oro l'intera carriera i due cineasti. Non è solo questione di un commuoversi retrospettivo, al contrario è un lucido gesto di consapevolezza politica e culturale non indifferente. In un paese dove nel giorno della sua morte, ci abitavano da quarant'anni e il loro cinema è ammirato in tutto il mondo (JL Godard non perde un loro film) , non c'è una sola nota d'agenzia che ne informa. Certo se la politica sul cinema corrisponde allo schiamazzo intorno alla festa romana sempre meno ce ne sarà di spazio per le immagini non addomesticate. All'Auditorium non troveremo i film di Straub-Huillet, è questione di sensibilità, non di omaggio postumo, e se le energie che per anni hanno praticato «amore per il cinema» in questo paese e in questa città, dai cineclub degli anni 70 tipo Filmstudio (è lì che arrivarono sbarcati a Roma i due registi ospiti di Adriano Aprà) e Officina ai giovani che quella passione l'hanno nel dna (Tekfestival) passando per le visioni collettive di Massenzio sono fuori, la prospettiva sarà sempre limitata.
Il 1962 è l'anno di Machorka-Muff, l'esordio, 18 minuti di bianco e nero, feroce incursione, sempre trasversale come «lezione» di Brecht vuole, nel rimosso nazista della Germania di dopoguerra e boom economico e incontro con la giovane letteratura tedesca di Heinrich Böll. Lo stesso set, e la stessa lucida trasversalità, di Non riconciliati fino a Cronaca di Anna Magdalena Bach, rivoluzione del linguaggio narrativo e pratica di caos nel visibile, attraverso il racconto della vita in coppia detto dalla moglie del musicista. Il «nuovo cinema tedesco» non ha rapporti con Straub&Huillet pure se i due vorranno R.M.Fassbinder come protagonista del sublime La fidanzata, l'attrice, il ruffiano, il 68 distillato in immaginario. Prima di partire per sempre per l'Italia gli lasceranno alcune sequenze che Fassbinder inserisce poi nell'Amore è più freddo della morte. «La relazione con la Germania non è solo culturale, viviamo qui e siccome la violenza della Germania è sempre più forte e praticata in modo aperto abbiamo dovuto combattere dieci anni per finanziare la Cronaca di Anna Magdalena Bach» dicevano. La Germania era il punto di fuga di Straub dalla Francia ricercato perché aveva rifiutato di combattere nella guerra d'Algeria, da subito voce critica e solitaria contro un altro tabù intoccabile. Prima Metz la città dove Straub è nato era finita sotto l'occupazione tedesca, ma questa è ancora un'altra storia ... L'Italia sono gli anni Settanta, altre battaglie durissime di rivolta sociale e ricerca dopo il 68 di un'utopia dfi vita. Loro sono Marx, Brecht, Schoenberg, Fortini, Holderlin...La Roma di Othon , il primo film italiano, è città dissonante di rumore e immagine, Storia e bruciante presente. A pensarci bene tutto il loro cinema compone il secolo, il Novecento, declinato nell'attualità di musica scolpita e partitura all'aria aperta, corpi umani e presa diretta, gesti voci che dissipano le parole d'ordine. Una lotta di classe (Germania e poi Italia sono «buone scuole») mai mummificata, fluida, vivente fino a quell'incursione nel mito di Quei loro incontri con gli umani che se capaci sanno e devono inventarsi attimi fuggenti, mentre le divinità sono intrappolate nell'essere immortali. Pavese lo amavano molto Jean-Marie e Danièle, scandalizzo le nostre lettere come loro il nostro cinema. A Roma si arrabbiavano, Danièle non ha mai capito perché questo paese continuasse a respingerli, a ignorare i loro film, almeno fino all'incontro con la realtà di Buti che è stato come un nuovo inizio.
Loro. Ma è impossibile dire altro. Straub la voce che gridava dissenso negli incontri pubblici, Danièle sempre un po' in disparte, camminando su e giù, quasi a «controllare» il momento in atto. Danièle e i suoi appunti minuziosi di traduzione ritmica di ogni testo. Il montaggio, l'ascolto di ogni rumore in ripresa. Il puntiglio amoroso nelle prove con gli attori. Gli animali indifesi, quasi un'ossesione praticata con la stessa urgenza del fare: fare cinema, fare vita, irrompere nel battito del tempo e dello spazio.


questo articolo è uscito oggi su il manifesto



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