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SIRIA, VENTI DI GUERRA, SPIRAGLI DI PACE 10/10/06

Damasco teme di essere in mezzo alla tenaglia che si sta chiudendo tra Stati Uniti e Iran. Ma non dispera di poter tornare al tavolo con Israele, nonostante Washington

(nella foto, la splendida moschea degli Omayyadi di Damasco, da Spdl su Flickr)

Massimiliano Trentin

Martedi' 10 Ottobre 2006

“Usciamo a cena con l’Iran perchè abbiamo solo lui come amico. Se ne avessimo altri, usciremmo anche con loro molto volentieri”, così descrive la relazione tra Siria e Iran il responsabile di un centro di ricerca di Damasco. Un’alleanza strategica che spazia in molti settori, da quello militare, economico a quello diplomatico nonché culturale. Una relazione speciale che data dall’inizio della Rivoluzione islamica nel 1979, in cui Damasco vide un’occasione per allargare il fronte anti-israeliano nel Medio oriente, e Teheran come breccia nel mondo arabo. Un’alleanza che ha mantenuto lo scopo di “frustrare” i progetti regionali di Washington e Tel Aviv, in particolare in Libano. Un’alleanza che ha registrato una costante altalena nei rapporti di forza e che non ha mai voluto prevenire altre alleanze. Oggi l’Iran è il partner più potente e ciò suscita non pochi sospetti e malumori a Damasco, senza però mettere in dubbio la necessità del suo sostegno nella situazione attuale di isolamento: realpolitk docet.
Il modo in cui la classe dirigente siriana interpreta l’alleanza con Teheran è indicativo della situazione delicata in cui si trova Damasco oggi. Da un lato, ci si prepara all’eventualità sempre meno lontana di un “nuovo round” di scontri tra Israele, Stati Uniti e l’asse Iran-Siria-Hizb’allah-Hamas. Dall’altro si sondano tutte le possibilità per una soluzione negoziata o almeno di un ritorno al tavolo dei negoziati, precluso finora dalle politiche dell’unilateralismo. “Se non si arriva a costruire un tavolo di negoziato entro breve, la guerra sarà inevitabile”, dicono i politici siriani.
Per la Siria la probabilità di un’escalation armata è reale. Un attacco aereo all’Iran metterà in moto una reazione militare di respiro regionale mettendo a fuoco tutti i fronti caldi, da quello palestinese a quello libanese, iracheno e siriano, obbligando così gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati a combattere sul terreno e in più zone contemporaneamente. A più riprese si chiarisce come questa volta la risposta di Damasco ad un attacco preventivo israeliano non si farà attendere. La determinazione di Israele ad usare il proprio potenziale bellico non è più considerata un deterrente o uno strumento sufficiente ad imporre una soluzione unilaterale al conflitto storico. La strategia di attacco di Hizb’allah diventa un punto di riferimento strategico nell’epoca delle guerre asimmetriche: resistere ed obbligare il nemico ad entrare nel proprio terreno per colpirlo meglio. Ovviamente Damasco conosce la potenza militare di Tel Aviv, e in quanto Stato risulta anche più vulnerabile di un partito-milizia come Hizb’allah. Da lungo tempo ci si prepara ad un’eventualità del genere cercando innanzitutto di consolidare l’unità nazionale attorno al presidente Bashar al Assad. Il programma di riforme economiche assume caratteri sempre più “difensivi”.
In una situazione di guerra, il regime non accetta di aprire settori economici strategici come quello industriale o energetico a pressioni straniere tramite l’integrazione nel mercato mondiale. Invece di privatizzazioni ora si parla di rilancio del settore pubblico, cercando l’appoggio dei sindacati e dei partiti di sinistra del Fronte Nazionale Progressista. L’assistenza europea, soprattutto tedesca, per il processo di liberalizzazione economica deve dunque accontentarsi di uno spazio di manovra ben più ristretto rispetto alle previsioni. Del resto, il regime ba’thista non può permettersi una convergenza tra pressioni esterne ed interne, pena la sua sopravvivenza. L’opposizione del presidente Assad alla politica statunitense lo ha portato dunque ad allearsi con le più diverse forze “anti-imperialiste”, dai comunisti ai nazionalisti agli islamisti: la “dignità nazionale” diventa il concetto di riferimento per la retorica ufficiale che si allinea sempre più ai discorsi e agli accenti della “strada” siriana.
Il controllo e la repressione poliziesca, da sempre oggetto di risentimento ed opposizione, sono oggi maggiormente legittimati come mezzi utili a garantire la stabilità e la sicurezza del paese. Almeno finché le immagini dall’Iraq e dal Libano continuano a far notizia.
A più riprese tuttavia si evidenzia come l’irrigidimento delle posizioni non impedisca di lavorare per una soluzione negoziata, e l’uso della forza rimanga funzionale alla politica. Anzi, si crede che proprio il rischio effettivo che il prossimo “round” abbia conseguenze devastanti per tutti, possa essere un incentivo per sondare ed aprire nuovi canali di negoziato. Damasco non si fa alcuna illusione sulla possibilità che l’amministrazione Bush desista dai suoi piani militari. “L’approccio egemonico ha raggiunto il suo apice ed ha fallito”, sostiene un’influente storico siriano. Ciò, nonostante le timide aperture registrate in occasione del mancato attentato terrorista all’ambasciata statunitense a Damasco. Anzi, si ritiene che sia più che mai necessario “bypassare” gli Stati Uniti per trovare una soluzione o almeno evitare un’ulteriore escalation del conflitto. Di fronte a tale scetticismo si situano le aperture nei confronti della politica europea o dello stesso Israele. “L’Europa e Tel Aviv devono riconoscere che gli Usa non sono più in grado di gestire le dinamiche regionali, al contrario gettano benzina sul fuoco”, dice un altro ricercatore di Damasco. Da tempo infatti si guarda con molta attenzione al dibattito in Israele, tra aperture e smentite nello stesso governo Olmert, e presunte mediazioni saudite. Si ricorda come “gli accordi di Oslo avvennero direttamente tra Israele e Olp, senza gli Usa”. L’esito degli accordi lascia però con l’amaro in bocca, e l’esclusione di Washington lascia perplessi anche i diplomatici tedeschi a Damasco. Si spera comunque in un maggior coinvolgimento degli Stati europei nella regione, in modo da contenere l’unilateralismo statunitense e soprattutto costruire quella rete di contatti necessaria a stabilire nuove regole del gioco. Se non vi è convergenza di vedute su di un progetto regionale, almeno si lavori per costruire il “tavolo” su cui discutere. Il lavoro della diplomazia italiana in Libano è particolarmente apprezzato, soprattutto per il fatto di voler inserire il mandato Unifil e la risoluzione 1701 all’interno di un quadro generale che comprenda tutte le dispute in gioco e che parta dal riconoscimento reciproco. Ciò nel quadro di un intervento internazionale visto comunque come il tentativo in extremis di salvare le forze filo-occidentali libanesi dallo sbando post-guerra. Infatti, si mette in guardia da qualsiasi tentativo di sorpassare il mandato Onu od imporlo con la forza usando l’Unifil per creare un nuovo “protettorato” occidentale in Libano stile Kosovo.



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