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MALEPPEGGIO, RACCONTI DI LAVORO (E NON)5/10/06

L'assessorato al lavoro della Regione Lazio lancia una nuova rivista su occupati, disoccupati e precari. Con una soprpresa: la sociologia lascia il passo alla narrazione e, al posto degli esperti, parlano gli scrittori

Tiziana Guerrisi

Giovedi' 5 Ottobre 2006
Arriva “Il Maleppeggio”, il nuovo mensile sul mondo dell’occupazione. O della ricerca di un’occupazione, di chi l’ha trovata e persa a quarant’anni, quando non servi più in un mercato strizzato dove sono tutti in fila per "un posto al sole". Un lavoro incerto, che può farti morire in un cantiere edile “dal candore abbacinante delle cave di travertino”. O l’occupazione che migliaia di giovani sognano, magari nei lunghi anni passati in aule universitarie stipate di speranze e ansie. Perché ad aspettarli fuori ci sono, sempre più spesso, precarietà e frustrazione. E l’incertezza. Quella che ti costringe a rivedere i progetti di una vita, mettere su famiglia, lasciare “il nido familiare” e costruirsi la propria indipendenza. Un lusso che diventa appannaggio di pochi e sempre meno la naturale conseguenza di un percorso di vita.

La rivista nasce da un progetto promosso dall’Assessorato al Lavoro, alle Pari Opportunità e alle Politiche Giovanili della Regione Lazio. E’ l’avventura di un piccolo gruppo di giornalisti e, soprattutto di scrittori (da Lanfranco Caminiti a Carola Susani Christian Raimo e Emanuele Trevi), che ha voluto raccontare “dal basso” il mondo di chi lavora, o di chi aspira a farlo. Non si tratta della solita valutazione asettica di cifre e stime del ministero del Lavoro: 25 pagine di storie personali, un altro modo di raccontare le dinamiche che attraversano il nostro paese, in modo trasversale, miscelando vissuti, età e contesti differenti. Il collante che unisce tutti i racconti sta nell’attenzione alle conseguenze che un lavoro incerto scatena, con particolare riguardo agli aspetti emotivi e relazionali. Perderlo o non trovarlo apre la strada ai disagi personali tratteggiati nella neo-nata rivista. Può essere un malessere personale consumato tra le mura domestiche in silenzio, o un problema sociale, che gruppi di persone accomunate dalla necessità trasformano un poco alla volta in mobilitazione collettiva.
“Il Maleppeggio” diventa un’occasione, allora, per conoscere realtà più o meno note, conservando la sensazione - poco piacevole - di condividere lo stesso ingombrante timore per il domani. Ma anche “un bassorilievo sociale che interroga la coscienza civile oltre che l’agire politico di chiunque assuma responsabilità istituzionali in questa fase”, come scrive in modo piuttosto cristallino Alessandra Ribaldi (Assessore al Lavoro della Regione Lazio) nel primo editoriale della rivista. Un canale per smuovere le istituzioni, dunque? Forse, ma per questo bisognerà stare a guardare cosa succede.
In ogni caso nulla riduce il piacere, agrodolce, di avventurarsi nella lettura. Una curiosità che nasce già dalla copertina, essenziale. Titolo, colori - pochi - e tre foto schiarite che si adagiano discretamente nella metà superiore della pagina. Sotto non c’è nulla. Una libertà visiva a cui non siamo più abituati e che preannuncia una concezione dello spazio interno votata all’ariosità. A cui si aggiunge il piacere di avere fra le mani una di quelle carte consistenti, cellulosa che “pesa” fra le dita, da maneggiare con cura, per conservarne l’aspetto liscio e lucente.
La cura dei dettagli e l'essenzialità saltano all’occhio, e condizionano anche l’approccio alla lettura. In 25 pagine sono raccontate “appena” sei storie.
Tra queste le "Subsidenze" di Elena Stancanelli, che scrive della dura coesistenza nell'interland romano di stabilimenti termali e cantieri edili. Come possono i secondi, densi di rumori, polveri e sudore, competere -"nel cuore della gente" - con l'idea di benessere figlia di "acque amniotiche" che coccolano i clienti? Possono, basta aver voglia di capire il mondo che nascondono. E insieme la vita di chi c'è cresciuto dentro, di chi lì ha imparato un mestiere "sociale", che richiede uno sforzo di gruppo, dove è facile veder nascere amicizie preziose. Ma che può anche ripagarti con la morte di un amico-collega che potresti essere tu, schiacciato sotto i tuoi occhi da una macchina, in una giornata di lavoro come tante.
Al centro della rivista c'è lo speciale "Le Stanze di precari", quattro pagine di foto e commenti dedicati ai "lavoratori instabili". Una serie di immagini che mostrano case, più spesso camere - magari doppie o triple - dove serve ingegno per riuscire a stiparci tutto il mondo che ci portiamo dietro. Mobili, libri, dischi, biciclette e perfino gatti. Mancano solo i commenti per aggiungere una punta di sarcasmo e amarezza che le foto celavano sotto un po' d' ironia. L'eroismo di vivere in una società che ti offre l'illusione di poter avere tutto e poi ti costringe a rincorrere un contratto a progetto per sbarcare il lunario. O che ti porta a credere che "come nel buddismo ci siano quattro vie: emigrare, far l'asceta, il missionario o suicidarsi".
Che si tratti di cantieri, degli intermittenti francesi, o dei manager di quarant'anni rimasti senza lavoro, in ogni caso lo sguardo può concentrarsi su una vicenda alla volta, lasciando così fuori la sensazione di essere bombardati da un sovraccarico di input slegati tra loro. Non resta, a questo punto, che trovare il tempo necessario per calarsi nei mini-universi de "Il Maleppeggio", senza fretta, come si fa con i libri.



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