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Scontro aperto, tutto politico, fra militari e radicali islamici in Turchia

Paolo Affatato

Mercoledi' 4 Ottobre 2006

In Turchia c’è uno scontro aperto, tutto politico, fra militari e radicali islamici. Questi protestano e vorrebbero far saltare il viaggio del papa. I primi, invece, ci tengono a realizzarlo, per non dare l’impressione di avere ceduto ai fondamentalisti. E’ un conflitto che si sta consumando in terra turca: e le voci che giungoino dal paese concordano, sia nella società civile, sia nella piccola comunità cattolica, che conta circa 30mila anime.
Il dirottamento dell’aereo della Turkish Airlines di ieri è stato un gesto eclatante, che è servito a rinfocolare il dibattito. Il premier Recep Erdogan assicura che per Benedetto XVI non vi sarà nulla da temere, e anche i vescovi cattolici – che stanno mettendo a punto i dettagli della visita – non vogliono sentir parlare di “viaggio a rischio”. I gruppi islamisti sperano, d’altra parte, di infiammare l’opinione pubblica. “Ma sembra uno scontro di natura prettamente politica”, sottolinea padre Eleuterio, frate francescano che vive nella comunità religiosa di Istanbul. “La gente comune nella società turca non è ostile alla visita del papa. Credo accoglierà con cortesia un leader religioso di quello spessore. A dirlo sono fedeli musulmani che nulla hanno a che vedere con i gruppi islamici radicali. Per tutti è un’occasione per mostrare che la Turchia è pronta, è matura per entrare nell’Unione Europea. Rimandare il viaggio sarebbe una sconfitta per l’intera nazione”.
A Istanbul le comunità religiose di francescani e domenicani si muovono con sufficiente libertà e senza paura, nonostante gli attentati che in passato hanno colpito luoghi pubblici e luoghi di culto ebraici, e pur ricordando la dolorosa morte di don Andrea Santoro, il prete italiano assassinato nel febbraio scorso. “La nostra è una testimonianza cristiana fatta di semplicità, di preghiera, di gesti di solidarietà”, dicono i religiosi, anche perché il “proselitismo” è quanto meno sconsigliato. Auspicato, invece, è l’ecumenismo, che significa rafforzare l’unione con i cristiani delle altre confessioni, soprattutto cercando di colmare il fossato ancora aperto con gli ortodossi, quella divisione fra chiesa di Oriente e di Occidente che risale allo scisma di mille anni fa. E’ un compito, questo, a cui Benedetto XVI sembra essersi votato completamente e il suo desiderio di sottoscrivere una dichiarazione congiunta con il Patriarca ecumenico Bartolomeo (motivo principale della sua visita) è indicativo del risultato che il papa vuole incassare. Per questo finora non sembra aver dato peso alle proteste, e nemmeno alla singolare pubblicazione di un romanzo dello scrittore Yucel Kaya, che si intitola “Attentato al Papa .Chi ucciderà Benedetto XVI a Istanbul?”, in cima classifiche delle vendite.
C’altro aspetto, che oggi non si può tralasciare: quello del rapporto con l’islam turco, presente in politica e attivo nella società. Ratzinger, con il discorso di Ratisbona (e in passato con gli interventi in cui affermava che la Turchia sarebbe un “corpo estraneo” nella Ue) ha gettato il sasso nello stagno e il dibattito è ripreso, nelle piazze e sui giornali. “I fondamentalisti, d’altronde, oggi trovano spazio perché al tempo del colpo di stato negli anni ‘80, l’esercito ha decapitato la società turca dell’intelighentia laica più vivace, eliminando una classe intellettuale che oggi avrebbe potuto costituire un contraltare all’islam radicale”, spiega Yasmin Taskin, giornalista turca, corrispondente del quotidiano turco Sabah. “Non credo che il viaggio del papa sia a rischio – sottolinea Taskin – e non credo che avremo nelle prossime settimane un crescendo di proteste. Ma occorre ricordare che papa Ratzinger non ha fatto poi molto per ingraziarsi i favori del popolo turco. Anzi, ha detto che verrà in Turchia solo per incontrare un leader cristiano. Non potrà certo aspettarsi entusiasmo e folle osannanti, ma la cortesia dovuta a un ospite d’onore certo non mancherà”.




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