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PAKISTAN, IL CIRCOLO VIZIOSO DELLA RICOSTRUZIONE 3/10/06

Il piano di Islamabad per erogare i fondi internazionali alla popolazione resta ingabbiato tra burocrazia e corruzione, mentre 100 000 sfollati si preparano al secondo inverno sotto le tende

Tiziana Guerrisi

Martedi' 3 Ottobre 2006

A un anno dal terremoto che l'8 ottobre 2005 sconvolse il Kashmir pakistano la ricostruzione è in una fase di stallo. Migliaia di persone vivono ancora in alloggi di fortuna aspettando da Islamabad indennizzi che arrivano poco e a singhiozzo. I fondi esistono (anche se molti donatori sono in ritardo nei pagamenti) ma ottenerli di fatto è quasi impossibile. Tutti i progetti di ricostruzione sono competenza dello Stato così come la gestione dei fondi internazionali e non sono mancate, soprattutto nei primi mesi dopo la catastrofe, accuse di corruzione a opera del governo e dell'esercito pakistano, coinvolto in prima linea nell'emergenza. Secondo disposizioni di Islamabad ogni nucleo familiare ha diritto a 25 000 rupie (circa 400 euro) per avviare la ricostruzione. Ma per ottenere il risarcimento è necessario dimostrare di essere proprietari di una casa, impresa tutt'altro che scontata: dopo il terremoto molti sono rimasti senza documenti, gli uffici anagrafici sono andati distrutti e interi registri finiti in macerie. Per chi riesce a superare questo primo scoglio, è previsto un ulteriore rimborso per il rifacimento degli abitati: 75 000 rupie se la casa è stata interamente distrutta (e in una seconda fase altri 75 000), o 50 000 quando i danni sono parziali. Si tratta di fondi che pochi "fortunati" riescono a ottenere: alla seconda tranche ha diritto solo chi ha già costruito le fondamenta secondo le disposizioni governative. Ma 400 euro non sono una fortuna e chi ha perso tutto per lo più ha dato fondo al primo contributo per bisogni più urgenti. E anche volendo non è uno scherzo costruire secondo le nuove regole: l'area colpita dal terremoto è una zona montana e le case sono fatte soprattutto in pietra dagli stessi abitanti. Il materiale edile richiesto dalla legge non è reperibile sul posto e farlo arrivare da fuori è troppo oneroso, oltre al fatto che necessiterebbe di manodopera specializzata. Le ispezioni per valutare le richieste di indennizzo, inoltre, procedono a rilento perchè i funzionari governativi sono un numero insufficiente, così migliaia di persone aspettano invano di sapere se e quando riceveranno questi soldi. Capita spesso, poi, che più famiglie condividano lo stesso tetto con il rischio di ricevere un solo contributo. Un labirinto di condizioni da rispettare che, secondo Action Aid International (organizzazione non governativa attiva in Kashmir da prima del terremoto), ha portato a uno stallo nel processo di ricostruzione. Non ci sono scorciatoie: alle ong è permesso intervenire solo nel settore del primo soccorso e i singoli che avviano i lavori con propri fondi perdono ogni diritto di rimborso. Una situazione incancrenita a cui si aggiunge l'ombra della corruzione. E non solo da parte del governo (a cui più di una volta è stato chiesto dalla comunità internazionale di fare chiarezza sulla gestione dei fondi). Secondo Action Aid, la corruzione avrebbe investito anche i cittadini, come nel caso dei piccoli proprietari terrieri che, ricevuti gli indennizzi sulle proprie terre, non li avrebbero ridistribuiti ai contadini che di fatto le abitano. Nel sisma, secondo il governo, morirono 73 000 persone, per molte organizzazioni non governative la cifra arriverebbe a 100 000. I danni economici sono difficilmente calcolabili, ma già a un mese dalla tragedia la Fao parlava di 440 milioni di dollari di danni nel solo settore rurale. Action Aid International stima che 100 000 persone vivono ancora in accampamenti di fortuna, all'alba di un altro inverno da sfollati.





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