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Prosegue il braccio di ferro tra gli insegnanti e il governatore dello stato di Oaxaca, in Messico. Tra scoppi di violenza e accuse reciproche. Per gli studenti messicani, la vacanza forzata continua. (foto da oem.com.mx)

Francesca Minerva

Domenica 24 Settembre 2006
Vacanze interminabili per l’oltre milione di alunni dello stato di Oaxaca, nel sud del Messico. Gli insegnanti sono impegnati nel dare una bella lezione al governatore dello Stato, Ulises Ruiz: sarà guerra finché non si dimette. E poiché al quarto mese di sciopero non hanno ancora raggiunto il loro obiettivo, in cinquemila si sono messi in marcia verso la capitale, 500 chilometri più a nord, dove arriveranno nei prossimi giorni per istallare un accampamento permanente di fronte al Senato.
La “marcia per la dignità dei popoli di Oaxaca” non è che l’ultima fase di una protesta nata come una semplice rivendicazione sindacale e degenerata, nel corso di pochi mesi, in una vera e propria guerriglia urbana. L'ultimo episodio è avvenuto domenica scorsa, quando un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco contro i manifestanti che avevano preso d'assedio un hotel, ferendo due persone. I protagonisti della protesta, forniti a loro volta di armi bianche, credevano che all'interno dell'hotel si trovasse il governatore. Ma così non era.
Tutto iniziò lo scorso 22 maggio quando gli insegnanti di uno degli stati più poveri e più “indigeni” del Messico si misero in sciopero, con le richieste di un adeguamento del salario al costo della vita (in crescita dato l’aumento del turismo), e un miglioramento delle condizioni dell’educazione, in pessimo stato soprattutto nelle zone rurali. Nelle piccole scuole dei villaggi indigeni, fatte con pareti di legno e pavimento di fango, spesso raggiungibili solo dopo diverse ore di cammino, scarseggiano banchi, sedie e lavagne (per non parlare dei libri). I bambini vi arrivano a stomaco vuoto e spesso non capiscono una sola parola del maestro “straniero” che parla la lingua della città.
Per zittire le proteste degli insegnanti, nel mese di giugno il governatore Ruiz, uomo del Pri (Partido Revolucionario Institucional) in carica dal 2004 grazie ad una di quelle elezioni su cui aleggia la lunga ombra della frode, ha mobilitato gli agenti antisommossa con l’ordine di sparare sui manifestanti. Non sono solo morti e feriti il bilancio dell’operazione, ma anche la fine del dialogo e la degenerazione della situazione. Associazioni contadine, sindacali e cittadini comuni si sono uniti alle proteste degli insegnanti per chiedere le dimissioni del tirannico governatore. Hanno preso d’assedio la città, occupato le strade del centro, gli uffici governativi e fondato una Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca (Appo) che, sul modello dei già consolidati municipi autonomi del Chiapas, fa le veci del governo. Sono stati proprio i militanti dell'Appo ad assediare domenica scorsa l'hotel teatro della sparatoria.
L’arrivo della marcia a Città del Messico sarà un’ulteriore spina nel fianco per il neoeletto Felipe Calderon, già messo a dura prova dalle azioni di resistenza civile de suoi avversari che non riconoscono il risultato delle elezioni del 2 luglio e hanno nominato loro presidente legittimo lo sconfitto López Obrador.
Calderon non è il primo presidente latinoamericano a dover affrontare, all’inizio del suo governo, un braccio di ferro con gli insegnanti. Stessa sorte toccò all’argentino Néstor Kirchner e alla cilena Bachelet. I conflitti con gli insegnanti attraversano l’America latina da nord a sud. Educatori e educatrici di Argentina, Messico, Perù, Bolivia, Ecuador e Cile ricorrono periodicamente a manifestazioni, scioperi lavorativi e scioperi della fame per chiedere l’aumento dei salari e il miglioramento delle loro condizioni. La mancanza di fondi pubblici destinati alla scuola, l’assenza di concorsi, la gestione negativa e l’alto livello di corruzione determinano condizioni critiche per gli insegnanti, i cui salari oscillano tra i 100 e i 300 dollari mensili. La raccomandazione dell’Unesco di destinare almeno il 7 per cento del prodotto interno lordo all’educazione, è stata seguita solo da Cuba e Venezuela. La situazione critica si riflette nei tassi di analfabetismo che, nelle regioni con forte presenza indigena, raggiungono picchi del 30%. La “marcia della dignità dei popoli”, che dal sud indigeno di Oaxaca è al suo terzo giorno di cammino verso la sede del potere di Città del Messico, vuole di richiamare l’attenzione sulla centralità dell'istruzione.



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