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SIRIA: «CANCELLEREMO EUROPA DALLE NOSTRE MAPPE E CI RIVOLGEREMO A EST» 22/06/11

E SE AVESSERO BISOGNO L'UNA DELL'ALTRO? 13/9/06

Siria e Stati Uniti sono all'impasse da troppo tempo. E se l'attentato fornisse l'escamotage per rimettere in discussione le loro relazioni?

Paola Caridi

Mercoledi' 13 Settembre 2006
Non era ancora finita la guerra tra Libano e Israele, lo scorso agosto, quando Sami Moubayed se ne uscì con un paradosso che ora, a leggerlo dopo l’attentato all’ambasciata americana a Damasco, sembra profetico. “Può essere imbarazzante per gli americani – scriveva quello che è oggi uno dei più acuti analisti siriani – ammettere che hanno bisogno della Siria, più che in qualsiasi altro momento dal 2003, per stabilizzare il Medio Oriente”. All’indomani dell’attacco alla rappresentanza diplomatica statunitense in uno dei quartieri più blindati di Damasco, non solo è plausibile l’ipotesi di Moubayed, ma diventa anche possibile una lettura al contrario. Che anche la Siria di Bashar el Assad abbia bisogno di aprire agli Stati Uniti, così come per l’America di Bush jr – cinque anni dopo l’11 settembre e il fallimento della strategia neocons – può essere necessario rompere l’isolamento che proprio Washington ha costruito attorno a Damasco.
Lo dicono in molti che agli Usa serva riaprire i canali con Damasco, a Washington, dove Thomas Friedman, Joshua Landis di syriacomment.com e l’ex segretario di stato Warren Christopher guidano la piccola ma preparata lobby di coloro che ritengono ormai esaurito il periodo delle sanzioni, del Syria Accountability Act e della cavalcata lancia in resta contro Damasco sponsor del terrorismo. Neanche dentro l’amministrazione Bush, però, c’è chi è insensibile all’idea, soprattutto dopo i risultati della guerra tra Israele e Libano.
Si potrebbero leggere anche in questo modo, tra le righe, le prime dichiarazioni ufficiali arrivate dalla Casa Bianca e dal dipartimento di stato, per ringraziare la Siria della battaglia ingaggiata con i quattro terroristi che hanno tentato di far saltare la rappresentanza diplomatica. Dov’era appena arrivato, peraltro, il nuovo chargé d’affaires Michael Corbin, con una lunga esperienza nei paesi arabi. I ringraziamenti non si sono limitati al dovuto cordoglio per le vittime siriane, morte per proteggere gli interessi americani. “Speriamo che diventino un alleato e facciano la scelta di combattere contro il terrorismo”, ha detto ieri il portavoce della Casa Bianca Tony Snow. Sorvolando, comunque, sul fatto che la Siria – in questi anni – di fronte al terrorismo ci si è già trovata, e che l’ultimo attentato di cui si ha notizia c’è stato all’inizio del giugno scorso, in uno dei luoghi più sensibili di Damasco, e si crede che abbia avuto come bersaglio (senza successo) la tv di stato.
Il fallito attentato di ieri, in cui solo per la mancata esplosione dell’autobomba carica di bombole di gas e bombe artigianali non è successo il disastro, potrebbe cambiare qualcosa anche dentro i palazzi di Damasco. Perché dalle prime notizie e riflessioni su modalità, tempistica e background dell’attentato, non è esclusa la pista di Al Qaeda: un attacco in stile iracheno, perpetrato nel cuore di un quartiere in cui non ci sono solo ambasciate ma anche le case di chi conta a Damasco, fa pensare che la rete terroristica possa aver mandato un segnale a Bashar el Assad. Un segnale contro i toni meno duri assunti negli scorsi giorni. Proprio all’indomani della ricorrenza dell’11 settembre, e a pochi giorni dalla notizia – data dal nostro presidente del consiglio Romano Prodi – di un ammorbidimento sostanziale della posizione siriana sul dossier libanese.
L’apertura di Assad alla presenza di osservatori europei non in uniforme e disarmati per offrire assistenza alle guardie di frontiera siriane non è risultato di poco conto per l’Italia e la Ue. Ed è una decisione importante per Damasco, in un momento in cui le porte del Bilad as-Sham si aprono e si chiudono a intermittenza verso l’esterno. Come dimostra, peraltro, la visita di deputati arabo-israeliani nella capitale siriana e i messaggi di apertura verso Tel Aviv consegnati ad alcuni di loro come Jamal Zalhalka e Azmi Bishara.
Le possibilità che l’attentato fallito di ieri rimetta in discussione la politica americana di questi anni, e la battaglia delle parole tra Washington e Damasco non sono certo alte. Ma in un momento così volatile come questo, in cui le acque di tutta la regione sono mosse, non è neanche da escludere che il fumo che si è alzato ieri mattina dal quartiere residenziale di Rawda possa servire ai due contendenti per rimettere in discussione qualcosa.

Leggi l'analisi sul Riformista



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