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STRAGE DI BAMBINI IN SIRIA. IL CONFLITTO SI INASPRISCE 12/06/12

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SIRIA: «CANCELLEREMO EUROPA DALLE NOSTRE MAPPE E CI RIVOLGEREMO A EST» 22/06/11

ATTACCO CONTRO GLI USA A DAMASCO 12/9/06

Le forze di sicurezza siriane hanno sventato stamane un attacco alla sede diplomatica Usa a Damasco. Quattro i morti: tre terroristi e un uomo delle forze di sicurezza. Un terzo uomo del commando è agli arresti. Gli Usa ringraziano la Siria.
Mentre si tenta di ricostruire la dinamica e la paternità dell'attacco ecco un primo racconto di come si presenta oggi l'area attorno all'ambasciata americana

Massimiliano Trentin

Martedi' 12 Settembre 2006


Damasco - Il grande viale Al Jala’a era come sempre intasato dal traffico mattutino, almeno fino a metà del percorso. La polizia stradale deviava le macchine dalla strada che conduce poi ad una grande piazza sulla quale si affaccia un lato della ambasciata statunitense a Damasco. Proseguendo a piedi si notava come il numero della gente comune rispetto alla polizia e ai soldati a protezione delle ambasciate circostanti aumentava sempre più, fino a trovarsi nel bel mezzo di decine se non centinaia tra soldati e uomini del mukhabarrat, ossia i servizi segreti rigorosamente in abiti civili e kalashnikov. L’attacco all’ambasciata statunitense sembra essersi svolto in due punti. Sul lato più esterno, giusto di fronte all’ambasciata irachena e cinese, e in quello interno, rivolto verso l’ambasciata italiana, dove i siriani attendono per ore nella speranza di ottenere un visto. Secondo alcuni ragazzi che lavorano negli edifici vicini, dapprima si è sentita un’enorme esplosione, poi il grido “allah al akhbar” e gli spari dei mitragliatori automatici. Una volta visto il passaporto italiano la risposta è stata per lo meno equivoca: "Benvenuto, amico!". Sebbene la zona tra abu rumane e piazza al malki sia piena di ambasciate e controllata a vista da agenti in divisa e in borghese a tutti gli angoli, l’accesso è sempre stato relativamente facile sia per i pedoni sia per gli automezzi. Non ci si sorprende dunque che un furgone abbia potuto avvicinarsi ad un luogo così delicato. In generale la Siria rimane un Paese sicuro rispetto a tutti i suoi vicini, tuttavia l’attività di gruppi radicali ritorna alla ribalta ogni tre mesi circa. In giugno si era sventato un altro attacco contro la sede della televisione pubblica, nella grande piazza al Umauyyn, anche allora rivendicato dal gruppo “al Jund al Islam”, ossia “l’esercito di damasco”. Tuttavia finora il sistema di sicurezza siriano è riuscito a sventare o contenere l’efficacia di questi gruppi. C’è chi dice che siano controllati direttamente dal regime per legittimarlo come baluardo contro l’estremismo islamico. Forse. Ma nulla esclude l’autonomia decisionale e politica di queste forze. Del resto, la politica pro-iraniana e più o meno laica del regime non è di gradimento a chi soffia sulle divisioni etniche e confessionali nella regione.
La strada mostra ancora le bruciature delle esplosioni, mentre il muro di cinta porta solo pochi segni della sparatoria. Solo all’altezza di una piccola porta si vedono i buchi dei proiettili, il guardrail rovinato e una jeep con il vetro posteriore sfondato. Più lontano, si scoprono poi alcune macchine con buchi di proiettili e vetri rotti, per cui si può presumere che siano state rimosse poco dopo. Maggior confusione vi era davanti all’entrata di una scuola elementare, posta giusto di fronte al luogo dell’attacco. I genitori si affrettavano a portar via i figli e i bus provvedevano a portare a casa il resto, sotto lo sguardo attento dei soldati. I siriani si sono affrettati a rimuovere i segni dell’attacco. Grandi camion con gli idranti hanno spazzato il viale e le zone circostanti, togliendo il sangue e i bossoli rimasti a terra. Ora sul terreno rimane ben poco, e la vita è ripresa a scorrere come sempre. Qualunque sia l’identità e l’obiettivo degli assalitori, l’attacco non fa altro che gettare benzina sul fuoco delle pessime relazioni tra Damasco e Washington. Forse non è un caso che l’attacco sia giunto in occasione dell’arrivo del nuovo chargé d’affaires statunitense, che a quanto pare, proprio ieri aveva dato una festa di benvenuto all’ambasciata.



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