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LA BANDA DEL BRANDO DIVINO

Come nasce Abu Sayyaf, l'ultimo controverso gruppo secessionista filippino. Un misto di islamismo radicale e di propensione criminale

Emanuele Giordana

Venerdi' 1 Marzo 2002
Abu Sayyaf (IL "brando divino) è l’ultima controversa creatura del movimento secessionista islamico filippino nato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 a Mindanao, la grande isola del sud delle Filippine dove risiedono i filippini islamizzati, il 4% della popolazione del Paese più cattolico dell’Asia. Il gruppo nasce negli anni ’90, ennesima costola del variegato movimento secessionista il cui capostiopite è il Fronte Moro di liberazione nazionale (Mnlf) da cui, a metà degli anni settanta, si era già staccato il più radicale Fronte islamico Moro di liberazione (Milf). Sia col Fronte Moro che col Milf il governo ha negoziato. Ma con Abu Sayyaf la cosa è diversa. Nel 2002, con un intervento di appoggio degli Stati Uniti, quella di Manila con il gruppuscolo secessionista diventa una vera e propria guerra, con strascichi polemici in parlamento proprio per l’arrivo dei soldati americani, da taluni segnalato come un’ingerenza esterna.
Inizialmente formato da una ventina di persone, il gruppo nasce sotto la guida di Abdurajak Abubakar Janjalani, teologo e insegnate con alle spalle studi di giurisprudenza islamica a Riad e formazione militare contesa tra la Libia e l’Afghanistan. Lontano dalle linee tradizionalmente moderate dei sunniti filippini, Janjalani è un islamista radicale intransigente avverso a tv, balli e persino alla radio. Si proclama contrario a sacrificare gli innocenti ma nel ’95, dopo 4 anni di scaramucce, passa all’azione con un raid nella provincia settentrionale di Zamboanga dove rade al suolo il villaggio di Ipil e uccide più di 50 cristiani. Il gruppo si radicalizza ancora di più alla sua morte nel ’98 con l’arrivo del fratello Khaddafi (un altro fratello, Hector, viene arrestato nel dicembre del 2000). Comincia con Khaddafi l’epoca dei sequestri e il gruppo si assottiglia passando a poche centinaia.
A marzo del 2000 a Basilan, isola dell’arcipelago delle Sulu, roccaforte del gruppo (l’altra base è a Jolo), Abu Sayyaf mette a segno un sequestro di 27 civili e in aprile sequestra a Sipadan, in Malaysia, 21 persone, la metà delle quali straniere. La vicenda degli ostaggi si concluderà drammaticamente con l’invasione dell’isola di Jolo da parte dell’esercito filippino, anche se, nonostante il clamoroso impiego di mezzi, all’inizio del 2001, Abu Sayyaf resta ancora forte. Ciò che Abu Sayyaf cerca, secondo Manila, è un’internazionalizzazione del conflitto secessionista motivo per il quale il gruppo aveva rifiutato la mediazione di Nur Misuari (ex Fronte Moro), voluta dal governo, e chiede l’intervento dell’Onu. Abu Sayyaf vena di politica i suoi sequestri, richiamandosi all’accordo di Tripoli, la carta del 1976 che aprì le porte del negoziato al più antico gruppo guerrigliero, il Fronte Moro che, all’epoca, era appunto diretto da Nur Misuari. E’ l’unico punto politico in una strategia contrassegnata da azioni d’élite e da collegamenti ormai inevitabili alla criminalità comune e alla pirateria mafiosa che ha le sue basi logistiche nelle isole e isolette delle Sulu. La stampa asiatica argomenta anche qualcos’altro: e cioè che in un gruppo così variegato, dove convivono malavita e politica, terrorismo e traffico di armi, poteva esserci lo zampino di un’“intelligence” deviata filippina che risponderebbe ai comandi di chi era contro il presidente Estrada. L’intelligence americana invece, collega Abu Sayyaf ad Al Qaida ed effettivamente gli indizi sono diversi, sin dalla richiesta di liberazione fatta dal gruppuscolo filippino di liberare gli accusati del primo attentato alle torri gemelle del World Trade Center di New York. Dopo l’11 settembre, Abu Sayyaf è stata a tutti gli effetti considerata il tassello estremo orientale di Osama bin Laden e della sua internazionale islamica, benché ancora non siano chiari nel dettaglio i rapporti tra il gruppuscolo guerrigliero, i suoi diversi leader, la rete di Al Qaida o quella di altri gruppi islamici radicali dell’area.
Ma se Abu Sayyaf è diventato il gruppo secessionista più famoso, che rivendica una sorta di teocrazia islamica nelle isole a Ovest di Mindanano (tra cui alcune isolette della Malaysia come Sipadan), la storia del movimento armato secessionista è molto più ampia.
Attualmente è il Fronte Islamico Moro di Liberazione la formazione più importante del variegato mondo secessionista filippino. A sua volta il Milf nasce da una scissione del Fronte Moro, nato agli inizi degli anni ’70 sull’onda di una sorta di “rinascimento islamico” dell’Islam filippino, che aveva comunque una tradizione armata e che non aveva mai smesso, dall’epoca della cristianizzazione dell’arcipelago, di rivendicare l’identità della Bangsa Moro, la nazione dei Mori: identità le cui radici storiche si perdono a Mindanao nei secoli precedenti alla conquista spagnola del 1500. In cerca di mercati, gli spagnoli, che col tempo perderanno le “isole delle spezie “ indonesiane, faranno infatti dell’arcipelago filippino la loro base asiatica e, armati di sacro zelo, combatteranno i “mori” del Sud dislocati a Mindanao, nelle Sulu e in alcune zone dell’isola di Palawan.
La rinascita di un movimento islamico secessionista negli anni ’70 si riannoda così al mito del combattente anti colonialista, alimentandosi però del nuovo impulso fornito dai giovani “mori” che studiano teologia nei Paesi mediorientali (cosa comune in quegli anni anche per molti indonesiani e malesi). I Paesi mediorientali e maghrebini e la stessa Malaysia, li aiuteranno a procacciarsi armi e solide basi intellettuali per passare dalla vaga teoria della nazione islamica a una più moderna concezione del diritto all’autodeterminazione. Il Fronte Moro di liberazione nazionale, diretto da quel Nur Misuari che diventerà poi governatore di una regione autonoma a Mindanao e incaricato da Manila della mediazione con l’Abu Sayyaf, arriverà negli anni ‘70 a contare 30mila uomini. Manila risponderà mandando a Mindanao il 70% del suo esercito e il risultato sarà una strage di 50mila uomini tra cui, ovviamente e come sempre, molti civili.
Nel ’76 però si apre uno spiraglio: un accordo sottoscritto a Tripoli tra Manila e Mnlf promette autonomia e tregua anche se nel ’77 gli scontri riprendono. Ma la Carta di Tripoli si presta a diverse interpretazioni (non a caso vi fa riferimento anche l’Abu Sayyaf) e nel ’77 il Fronte conosce un’epoca di scissioni: Salamat Hashim fonda la più importante e nasce il Milf. Il Mnlf di Misuari si ritrova con metà delle sue forze e durante al dittatura dei Marcos perde molto del suo vigore. Con l’arrivo dell’Aquino i negoziati riprendono e, nell’87, il Mnlf rinuncia al sogno della secessione e accetta definitivamente l’offerta di autonomia, anche se nel febbraio dell’88, seppure con minor forza, riprende le armi. Ma se il processo di abbandono della lotta armata è ormai avviato (nel novembre dell’89 quattro province accettano la proposta di autonomia di Manila), il Milf di Salamt Hashim non cambia idea e accusa Misuari di essersi venduto al nemico. Attualmente conterebbe 15mila combattenti anche se, secondo il Fronte, sarebbero addirittura 120mila con 300mila miliziani. Resta il movimento armato più importante rispetto a una galassia di gruppi minori tra cui i controversi militanti dell’Abu Sayyaf con i quali il Milf tiene comunque rapporti. Manila è riuscita ad avviare nel ’96 un negoziato a cui Estrada ha cercato di dare impulso, mentre Hashim è sceso a più miti consigli, sostenendo che il Milf non chiede più la secessione dell’intera Mindanao ma esige un referendum in cinque provincie (Maguindanao, Lanao del sur, Basilan, Sulu, Tawi-Tawi) sul modello di quello tenutosi a Timor est. Negli anni dell’Arroyo si è infine arrivati, con la mediazione della Malaysia, a un negoziato di pace tra Manila e Milf. Ma la situazione è instabile. Quando alla fine del ’99, ad esempio, Nur Misuari non si è visto riconfermare come candidato al governatorato, il vecchio mediatore del fronte Moro ha ripreso le armi. Né il negoziato tra Manila e Milf appare privo degli incerti di una pace armata.
La storia delle spinte centrifughe nelle Filippine racconta quindi, se si esclude in parte l’ultimo periodo su cui è per ora diffcile dare una valutazione, dell’incapacità di Manila di andare oltre la risposta armata. Alla base c’è una concezione dello stato dove trovano poco spazio rivendicazioni autonomiste e dove la pressione della Chiesa cattolica, rappresentata da un uomo potente come il cardinal Sin, è sempre stata molto forte. Quest’incapacità di negoziare (i colloqui di pace sono spesso assistiti dalla mediazione indonesiana o malaysiana) ha finito negli anni per inasprire un movimento che non solo non riesce a staccarsi da una concezione violenta della presa del potere, ma che si è radicalizzato, come dimostra l’esperienza di Abu Sayyaf. Nelle zone dove è forte la pirateria e in una regione di confine con due Paesi musulmani, in un dedalo di isolette che si prestano a nascondigli invisibili, l’incapacità negoziale ha finito per favorire la sopravvivenza di gruppuscoli a metà tra pirateria, terrorismo e aspirazioni politiche. Le infiltrazioni dall’esterno sono, non solo possibili, ma…necessarie. Come, altrimenti, rifornirsi di armi? E come non utilizzare la pirateria e il sequestro per procurarsi il denaro?



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