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SIRIA, LA SCOMMESSA DI BASHAR 05/09/06

Una scommessa rischiosa, ma in gioco è la stessa sopravvivenza del regime. Prima della guerra così si commentava a Damasco la scelta del Presidente Bashar al Assad di sostenere a spada tratta Hezbollah. Commenti ancora validi

Massimiliano Trentin

Martedi' 5 Settembre 2006


Damasco - Una scommessa rischiosa, ma in gioco è la stessa sopravvivenza del regime. Prima della guerra così si commentava a Damasco la scelta del Presidente Bashar al Assad di sostenere a spada tratta Hezbollah. E ciò vale ancora oggi, alla luce della vittoria militare e politica della milizia libanese contro l'esercito israeliano. I recenti interventi pubblici del giovane presidente siriano, il 15 e il 23 agosto scorso, sono significativi per molti aspetti in quanto riassumono la politica e i progetti di Damasco. La vittoria di Hezbollah era di importanza vitale per la Siria, e si può stare certi che Damasco cercherà in tutti i modi di salvaguardare il successo ottenuto con tutti i mezzi a sua disposizione.
Innanzitutto, il presidente si è allineato sempre più alle opinioni della popolazione siriana, mobilitata come non mai a favore dei vicini libanesi. E per un regime autoritario e ciò non è cosa da poco. Secondo aspetto, i dubbi esistenti, soprattutto nella business community, sulla sostenibilità di una politica di aperta sfida con Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati europei ed arabi sono stati messi a tacere dalla vittoria sul campo di Hezbollah. Al momento sembra comunque che la scommessa del Presidente Bashar abbia avuto successo nel serrare i ranghi del suo stesso regime.
Il dibattito ora si sposta sulle mosse future e sul modo per capitalizzare il successo militare dell'asse Hezbollah-Siria-Iran. Non ci si fa molte illusione sul fatto che il cessate-il-fuoco in Libano è solo temporaneo, e un secondo round sarà molto probabile. Per Damasco due sono i livelli in cui si gioca la partita. Nell'immediato in Libano. La risoluzione 1701 è letta come il tentativo in extremis da parte europea e statunitense di contenere la vittoria di Hezbollah e salvare i propri alleati locali da una debacle totale. Del resto lo stesso Hariri ha tentato di attribuirsi parte del successo, capovolgendo la precedente strategia di accusa contro Hassan Nasrallah. Per questo Damasco, come Teheran e i loro alleati libanesi, cercheranno in qualsiasi modo di arginarne l'efficacia e impedire nei fatti il disarmo di Hezbollah, e il suo rifornimento con nuove armi.
Per la Siria, Hezbollah rimane di importanza vitale, sia come carta militare contro Israele sia come carta politica contro il fronte anti-siriano in Libano. Si discute molto, dunque, sulla necessità di costituire un fronte nazionale libanese, che comprenda le forze sciite e tagli trasversalmente la comunità sunnita e crisitiana. Un cambio o un rimpasto di governo potrebbero essere l'esito della sconfitta delle forze pro-occidentali. Sul piano militare, l'integrazione o il coordinamento della milizia sciita con l'esercito regolare libanese non è più un tabù per Damasco, dato che i nuovi equilibri politici ne garantirebbero il controllo, soprattutto a fronte di una forza multinazionale percepita come ostile. Proprio nei confronti di questa, le posizioni si alternano. Nel ricordo del 1982, si teme infatti che essa cerchi di finire il lavoro che Israele e i suoi alleati libanesi non sono stati in grado di fare: ossia, neutralizzare le forze pro-siriane e traghettare il Libano sul fronte pro-occidentale. Nella prevalente diffidenza, si spera comunque che le truppe internazionali rispettino le decisioni prese dal governo libanese anche perché consapevoli dei rischi umani a cui potrebbero andare incontro. La minaccia di chiudere la frontiera siro-libanese, l'ultima rimasta, se le truppe internazionali venissero dislocate in zona ha preceduto il taglio delle forniture di energie elettrica al vicino libanese. Il tono conciliante del Ministro D'Alema è visto di buon occhio, nel contesto però di una missione percepita essenzialmente come ostile.
A livello regionale l'alleanza con Teheran rimane strategica. Di fronte all'ostinazione con cui Washington persegue la politica dell'unilateralismo e del cambio di regime, la risposta rimane quella della «difesa attiva», ossia scegliere il campo nel quale impegnare il nemico, in modo da neutralizzarne la vittoria politica. Non si nasconde come le esperienze algerine, vietnamite e oggi libanesi siano ormai le linee guida per la difesa nazionale. Uno degli esiti paradossali della politica di Tel Aviv e Washington è stato quello di rafforzare l'unità dei nemici e portare scompiglio tra i propri alleati. La minaccia della “mezzaluna sciita” ha trovato terreno fertile nel fallimento politico in Iraq ed in Libano e l'Iran è ormai divenuto un attore di primo piano della politica regionale. Nella stessa alleanza siro-iraniana, ora è Teheran a essere il più forte, il che suscita qualche timore nello stesso establishment siriano. Tuttavia, di fronte alla minaccia esterna, l'alleanza resta di importanza vitale, soprattutto in vista di un secondo scontro militare. Anche a livello popolare, un attacco ai siti nucleari e la risposta a tutto campo di Teheran non faranno che accrescerne la popolarità, a dispetto delle divisioni tra sciiti e sunniti.
Sempre il discorso del giovane Assad era diretto anche all'intero mondo arabo, mettendo in evidenza il fallimento della politica di sostegno ai progetti statunitensi e al contrario della necessità di opporvisi in modo deciso. Ossia, un colpo basso ai regimi del Cairo e di Amman, sempre più delegittimati in casa propria. Tuttavia, coerente con la politica pragmatica del padre Hafez, la Siria non potrà permettersi di tagliare tutti i fili con il resto dei regimi arabi pro-occidentali, pena una polarizzazione delle alleanze regionali e il rischio dell'isolamento. Come in passato, l'alleanza Damasco-Teheran è riuscita a impedire il realizzarsi dei progetti di Tel Aviv e Washington, ma non ha avuto successo nello spostare gli equilibri regionali in suo favore. Per questo, il ministro siriano dell'Informazione Bilal si è affrettato a chiarire come le accuse di Assad fossero rivolte al quadro libanese e non ad altri. Il messaggio è arrivato comunque.
Vista da Damasco, la situazione internazionale rimane complessa. La vittoria militare in Libano deve trasformarsi in vittoria politica e costringere gli europei e Israele a tornare al tavolo dei negoziati. Quanto a Washington si tiene la porta aperta, ma non si ha alcuna fiducia in questa amministrazione. Maggior attenzione si volge invece agli sviluppi della politica israeliana. Senza molte illusioni sull'abbandono della politica di potenza e del “muro di ferro”, si spera che Tel Aviv comprenda come la strategia statunitense sia destinata al fallimento, come dimostrato in Iraq, e dunque prevalga l'interesse nazionale alla propria sicurezza. Ieri come oggi, l'orizzonte strategico di Damasco rimane quello di una soluzione negoziata con Tel Aviv secondo la formula “pace in cambio di terra”, ossia le alture del Golan. La questione idrica è anch'essa disponibile per concessioni reciproche. Quanto agli europei, si sperava in una maggiore presa di distanza dall'avventurismo statunitense.
Il primo round della guerra in Libano ha segnato un punto a favore nella scommessa di Damasco. Tuttavia, l'isolamento di Stati Uniti ed Europa rimane e l'unilateralismo è lungi dall'essere sepolto. Per questo i preparativi per un secondo round militare procedono, nella consapevolezza di ciascuna parte che questa volta l'esito non potrà essere un pareggio, qualunque sia il costo.

L'articolo è stato pubblicato oggi sull'inserto Diplomatique de Il Riformista



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