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SUDAN/UA, BRACCIO DI FERRO SUL DARFUR 05/09/06
Il governo di Khartoum ha chiesto all'Unione Africana di lasciare il Darfur alla scadenza del mandato della sua operazione di peacekeeping, il 30 settembre. Negando la possibilità che l'Ua sia sostituita dalle Nazioni Unite
Irene Panozzo
Martedi' 5 Settembre 2006
L’Unione Africana deve andarsene dal Darfur, entro la fine di settembre. Ha il sapore dell’ultimatum la richiesta avanzata domenica dal governo di Khartoum. Una presa di posizione muscolosa, che non lascia presagire nulla di buono. E che arriva solo tre giorni dopo il no ancora più deciso alla risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha deciso giovedì scorso di dare il via libera, previo consenso di Khartoum, a un’operazione di peacekeeping in Darfur.
Tutto lascia intendere quindi che il presidente Beshir e i suoi abbiano deciso di andare al muro contro muro con la comunità internazionale. Una novità forse parziale, visto che Khartoum non si è mai dimostrata particolarmente conciliante per quel che riguarda le prese di posizione di Nazioni Unite, Stati Uniti o Unione Europa sulla guerra in corso dal febbraio 2003 nelle sue regioni più occidentali. Una porta era però sempre rimasta aperta. Ed era quella costituita dall’Unione Africana, dalle sue truppe di peacekeeping sul terreno e dai suoi negoziati con sede ad Abuja. Visto l’ostracismo sudanese nei confronti di qualsiasi iniziativa targata Onu, Usa o anche Ue, era stato proprio l’organismo panafricano a fare da capofila nell’azione internazionale nei confronti di Khartoum.
Il giocattolo sembra ora essersi rotto. E si è rotto dopo mesi di estenuanti bracci di ferro tra Khartoum, le Nazioni Unite e la stessa Unione Africana. A gennaio, in vista della sua riunione annuale, l’Ua aveva annunciato di non avere più soldi per mandare avanti la propria operazione, chiedendo quindi al Palazzo di Vetro di prendere il suo posto. Una proposta che aveva subito infiammato gli animi. Il governo di unità nazionale di Khartoum, che ha accettato di buon grado la presenza delle forze Onu in Sud Sudan, si è invece opposto in ogni modo alla possibilità che i caschi blu entrino anche in Darfur. Al Palazzo di Vetro, invece, gli Stati Uniti, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza durante il mese di febbraio, hanno usato ogni arma (diplomatica) a loro disposizione per far accettare agli altri membri l’invio in Darfur di una forza multinazionale targata Nato o Nazioni Unite. Un pressing diplomatico che ha ricordato a molti, soprattutto ai propagandisti di Khartoum, l’inizio della vicenda irachena, esacerbando ulteriormente gli animi e scatenando in Sudan manifestazioni di piazza forse non del tutto spontanee.
La via d’uscita temporanea dall’impasse (che non ha però impedito che il tira-e-molla tra New York, Khartoum e Addis Abeba continuasse) l’aveva fornita allora proprio l’Unione Africana. Visto il gran polverone sollevato, il 10 marzo il Consiglio per la sicurezza e la pace dell’Ua ha deciso di “sostenere in linea di principio la transizione a un’operazione Onu” ma di estendere nel contempo la propria missione di altri sei mesi. Fino quindi al 30 settembre. Ed è a questa decisione, ribadita anche nel summit Ua di luglio a Banjul, che il governo di Khartoum ha fatto riferimento domenica chiedendo ai peacekeepers africani di lasciare il paese. “Non è una decisione del Sudan”, ha sottolineato Jamal Mohamed Ibrahim, portavoce del ministero degli esteri sudanese. “È stata la stessa Unione Africana a dirlo. Quindi noi stiamo solo chiedendo, visto che non sono in grado di completare il loro lavoro, di lasciare il paese come avevano preannunciato”. Andarsene, però, non significa per il governo di Khartoum lasciare il posto all’Onu. “Non hanno nessun diritto a trasferire il loro incarico alle Nazioni Unite o a qualsiasi altra forza”, ha continuato Ibrahim. “Questo è un diritto che ha solo il governo del Sudan”.
A occupare lo spazio lasciato vuoto dai peacekeepers africani, ha detto ancora Khartoum, ci penserà il governo, pronto a mandare circa 10mila uomini nella regione occidentale. Ed è proprio questo, ben più che il benservito a una forza di pace già con le valigie pronte, a preoccupare di più la comunità internazionale. Da una settimana continuano ad arrivare in Darfur nuove truppe regolari. Ufficialmente a controllare che l’accordo di pace firmato a maggio tra Khartoum e una fazione di uno dei gruppi ribelli sia rispettato. Più verosimilmente per cercare una soluzione militare all’annoso problema.
L'articolo è uscito oggi su il manifesto
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