Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


GLI ISLAMISTI BLOCCANO ISLAMABAD

Occhio per occhio, stupro per stupro

Edhi, il benefattore privato con un occhio alla cosa pubblica

PUGNO DI FERRO DOPO LAHORE

PAKISTAN, STRAGE A PASQUA

NUOVA STRAGE A SCUOLA IN PAKISTAN

IL GRANDE GIOCO IN PAKISTAN

LA GUERRA INFINITA DI PAKISTAN E AFGHANISTAN

Seymour Hersh e la morte di bin Laden

Giustizia per Malala ma non per tutti

L'"ERRORE" CHE HA UCCISO GIOVANNI LO PORTO

PESHAWAR, IL GIORNO DOPO

PESHAWAR, CRONACA DI UN MASSACRO

STRAGE DI WAGAH, NUOVI GRUPPI VECCHIE STRATEGIE 3/11/14

DOMENICA DI SANGUE A KARACHI 10/6/14

LA MORTE DI BUGTI INFIAMMA I BELUCI 31/8/06

Mistero sulla morte del leader indipendentista del Beluscistan. La famiglia rifiuta la presenza di funzionari governativi al funerale mentre la protesta scoppia nella provincia occidentale pachistana

Emanuele Giordana

Giovedi' 31 Agosto 2006

Quando martedì scorso qualcosa come diecimila persone hanno gremito lo stadio di Quetta per i funerali di Nawab Akbar Khan Bugti (nell'immagine), non c’è voluto molto per capire l’importanza del personaggio e tanto meno quanto la sua morte, ancora circondata da mistero, abbia colpito il cuore e le menti dei beluci, il fiero popolo che abita la regione più occidentale del Pakistan, ai confine caldi con l’Iran e l’Afghanistan. Il problema è che gli abitanti del Belucistan non si sono limitati a pregare al ghaibane namaz-e-janaaza, il ricordo funerario del leader della resistenza beluci officiato in assenza del suo corpo di cui non si hanno notizie. Nei giorni precedenti, e in quelli a seguire (ieri compreso), l’intera provincia è stata percorsa da violenze e manifestazioni: almeno settecento persone (850 secondo il movimento anti pachistano) sono agli arresti. Le cronache parlano di slogan contro Musharraf ma anche di bandiere pachistane bruciate assieme all’effigie di Muhamad Ali Jinnah, il fondatore, nel 1947, del paese dei puri.
Per fare un po’ d’ordine, e anche per comprendere come non sia affatto secondario quanto accade in Belucistan da almeno otto mesi a questa parte, bisogna partire da lontano. Non già dagli anni Cinquanta, quando la provincia venne attraversate dai primi moti indipendentisti, ma dal dicembre scorso quando, dopo che gli autonomisti avevano tirato a un aereo militare pachistano, Musharraf ha scelto il pugno di ferro. Da allora l’esercito ha messo in campo la linea dura contro un movimento che, va detto subito vista l’area in cui opera, non ha nulla a che vedere né con l’integralismo islamico né con le barbe dei talebani o con i kalashnikov dei jihadisti di Osama bin Laden. I beluci ce l’anno col governo centrale fin dalla nascita del Pakistan. Che, com’è noto, uscì da un alambicco dove erano stati mescolati i musulmani del Raj britannico, le fiere tribù lungo la Durand Line, tracciata dagli inglesi per dare un confine occidentale certo all’Impero asiatico, gli uomini della pianura dei cinque fiumi (i punjabi), i contadini del Sindh e, in seguito, i montanari del Kashmir. I fermenti secessionisti, dal Waziristan al Belucistan, turbarono i sonni di Jinnah che di lì a poco passò a miglior vita. Ma i problemi rimasero.
I beluci dicono che Islamabad si appropria delle sue riserve naturali energetiche senza dar nulla in cambio e si deve a questa iniqua scelta del governo centrale la nascita del movimento qualche decennio fa. Regione turbolenta di traffici e passaggi carovanieri, il Belucistan, capitale Quetta, è diventato famoso per essere la frontiera pakistana a Sud dell’Afghanistan, assai più che per una diversità da sempre rivendicata. Ma se Islamabad era sempre riuscita a contenere quei pastori occidentali, ecco che la decisione di un importante investimento nell’area torna a dare la stura alla protesta. A settanta chilometri dalla frontiera iraniana si lavora infatti al porto pachistano di Gwadar che guarda in cagnesco, dall’altra parte dell’Oceano, il nuovo porto militare indiano di Kadamba (un centinaio di chilometri a Sud di Goa). Vecchio sogno del Pakistan fin dagli anni ’60, ecco che la perla di Gwadar può veder finalmente la luce dopo l’11 settembre, grazie ai finanziamenti americani al paese e ai buoni auspici di Pechino. Che, dicono i maligni, avrebbe prestato al Pakistan anche gli occhi dei suoi agenti segreti, proprio per spiare chi, dai beluci agli indipendentisti uiguri, potrebbe scegliere come target il porto, affare da cui i locali sarebbero stati tagliati fuori.
Quando a metà del dicembre scorso i militari decidono di mettere a tacere il rinato movimento beluci (e il suo fantomatico Balochistan Liberation Army), mandano l’aviazione e fanno un primo bilancio di sessanta morti. La scintilla infiamma la prateria su cui si appuntano gli sguardi degli indiani, che sostengono l’indipendentismo beluci, e degli afgani, per i quali la frontiera pachistana rappresenta da sempre una porta difficile sul loro confine più esteso. Ma il passo falso, così dicono molti autorevoli osservatori locali (Ahmed Rashid per citarne uno), il Pakistan lo commette con Akbar Bugti. L’ottantenne leader indipendentista del Jahmoori Watan Party (JWP), con un passato autorevole anche nel governo locale, viene preso di mira. Rappresenta, assieme ai clan dei Marri e dei Mengal, l’opposizione a Islamabad ma anche l’unica chanche per una trattativa. Il vecchio lascia la sua abitazione e si nasconde, dicono le fonti ufficiali, tra le colline di Bhambore (distretto di Kohlu) che, sabato scorso, i militari pachistani mettono a ferro e fuoco. La reazione è forte. La famiglia ricusa la presenza ai funerali non solo di qualsiasi funzionario provinciale, ma anche quella dei rappresentanti del governo locale, Pakistan Muslim League e Muttahida Majlis-e-Amal (la coalizione dei partiti islamisti). Lamenta che il corpo dell’ottuagenario sia dato per disperso mentre gli uomini del suo partito sostengono che sia nascosto all’ospedale militare di Quetta. E che forse Bugti è stato ucciso, non per caso, ma con un killeraggio mirato e in tutt’altro luogo*.
Il pericolo non è solo locale. Finora il movimento è stato lontano dai fermenti talebani. Ma schiacciato com’è nell’angolo chi potrà garantire che non faccia adesso un salto nel buio di nuove pericolose alleanze.

* Secondo le autorità pachistane è' stato trovato il corpo di Nawab Akbar Bugti sotto un macigno e avranno bisogno di almeno tre giorni per recuperarlo. Il figlio del leader autonomista ha preannunciato che le violenze continueranno fino a quando il corpo del padre non sara' restituito


Articolo uscito oggi anche su il riformista



Powered by Amisnet.org