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PADRI E FIGLI MEDIORIENTALI 15/08/06

Tra Israele e Palestina è l’incubo ricorrente che puntella le notti e i giorni di chi li ha generati. Che i figli - contro natura - non sopravvivano ai padri. Per questo, quando si è sparsa la notizia che il figlio di David Grossman era morto in Libano, il giovane carrista Uri è stato - per tutti i padri e per tutte le madri - l’incubo divenuto realtà

Paola Caridi

Martedi' 15 Agosto 2006


La morte di un figlio non è messa mai nel conto. Qui - tra Israele e Palestina - è invece l’incubo ricorrente che puntella le notti e i giorni di chi li ha generati. Che i figli - contro natura - non sopravvivano ai padri. Per questo, quando si è sparsa in un paese piccolo come Israele la notizia che il figlio di David Grossman era morto in Libano, il giovane carrista Uri è stato - per tutti i padri e per tutte le madri - l’incubo divenuto realtà. Niente a che vedere con un atteggiamento da guardoni, da lettori di gossip, da intrusione nelle tragedie altrui. Per tutti, qui, la tristezza per la morte di Uri, ventenne e pieno di sogni, è stata empatia verso il padre, l’immedesimarsi in una disperazione che si è sempre immaginata e si è sempre allontanata da sé. Come, appunto, un sogno orrendo.
Neanche uno scrittore pacifista, neanche chi da decenni continua a ripetere che l’occupazione dei Territori palestinesi è un cancro che corrode la società israeliana, è riuscito a passare immune attraverso il dolore lancinante che in questo mese ha colpito le famiglie dei soldati, impegnati in una guerra che sino alla fine Grossman (e con lui gli altri due grandi, Amos Oz e AB Yehoshua) hanno considerato giustificata. La Palestina è una cosa. Hezbollah è un’altra. Sapere, però, che a Grossman è toccata la stessa sorte dei padri degli altri tre carristi che sono morti nello stesso tank di Uri, e dei padri degli sconosciuti, e spesso giovanissimi, militari di Tsahal, sembra ancora meno accettabile.
Forse perché Grossman lo scrittore aveva descritto già la paura che alberga nei padri. Nei padri israeliani e nei padri palestinesi. In una lunga conversazione, tre anni fa, descrisse all’autrice di questo articolo i gesti scaramantici di un padre che, tutte le mattine, spera che suo figlio arrivi a scuola. Con l’autobus. Sano e salvo. L’attesa, la radio che si accende alle otto meno cinque minuti, l’ascolto della pubblicità. È fatta. Tutto a posto. Si può spegnere la radio senza aspettare le notizie delle otto. Perché, se ci fosse stato un attentato kamikaze sull’autobus, su quell’autobus, l’emittente avrebbe interrotto i programmi, avrebbe subito dato la notizia tante volte paventata. E la pubblicità non sarebbe andata in onda. Gran cosa, grande consolazione, la pubblicità, da queste parti dove la radio può essere un oggetto vitale. E crudele.
Allo stesso modo, quel pomeriggio di metà agosto, e con la stessa empatia che ora circonda la sua casa di Mevasseret Zyon, a pochi chilometri da Gerusalemme, Grossman aveva descritto il dolore di un suo amico. Lo scrittore palestinese Izzat Ghazzawi. Era morto d’infarto. “Posso veramente comprendere perché - aveva chiosato l’autore del Vento Giallo -. Ha avuto una vita molto dura. Suo figlio, Rami, aveva sedici anni quando è stato ucciso da un cecchino israeliano”. Il dolore di uno scrittore, ora, si appaia a quella di un altro.
Perché anche dall’altra parte del muro fisico e del muro delle coscienze, ci sono altri padri che hanno avuto paura, mentre i loro figli andavano a scuola. Mentre i loro figli stavano a scuola. Non la paura degli attentati kamikaze. Non la paura della guerra guerreggiata, come in Libano. Ma un’altra paura. La paura di un colpo che parte dall’arma di un soldato e uccide un bambino. Sulla strada. O dentro la scuola. La disperazione del padre di Ghadeer Jaber Mokheimer, 9 anni, e di quello di Raghda Adnan al Assar, di un anno più grande. Erano a scuola nel campo di rifugiati di Khan Younis a Gaza. Sedute al loro banco, diligenti, dentro l’edificio dell’Unrwa, dell’agenzia delle Nazioni Unite che si occupano da decenni dei profughi palestinesi. Sono morte entrambe, all’inizio dell’anno scolastico 2004, allo stesso modo: il proiettile sparato da un soldato israeliano è entrato dalla finestra, e la morte è arrivata.
La disperazione di un padre non conosce muri, in questa guerra in cui di bambini e di ragazzi ne sono morti troppi, come aveva in sostanza voluto dire Grossman assieme a Oz e Yehoshua appena pochi giorni fa, a Tel Aviv. Mentre suo figlio era impegnato nel conflitto. E il dolore di Grossman sembra ancora più ingiusto per un uomo che aveva trattato gli altri - anche gli avversari - da uomini, era entrato nei loro occhi, aveva osservato la realtà dal loro punto di vista. In questo pezzo di mondo, però, essere padri significa fare i conti con una tomba dove accompagnare il proprio figlio. Talvolta consci che le scelte dei figli possano far incontrare loro un destino duro, altre volte ignari di quanto la sorte possa accanirsi su bambini e ragazzi. Sempre impotenti, sempre fatalisti.

L'articolo è uscito oggi su Il RIformista



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