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FILIPPINE: STORIA DI UN GOLPE CHE NON C'ERA 29/7/03

Non appare troppo convincente la croce gettata repentinamente addosso all’ex presidente Estrada, il cui ex ministro Cardenas è stato arrestato dopo una perquisizione sommaria

Emanuele Giordana

Martedi' 29 Luglio 2003
Un colpo di teatro più che un colpo di stato. Si potrebbe forse definire così quello che, prendendo a prestito il vocabolario sudamericano, è stato una sorta di levantamiento militare durato lo spazio di una giornata. A tre giorni dalla bizzarra sortita di un manipolo di soldati delle forze d’elite (meno di 300 uomini e tra loro una settantina di ufficiali di grado non elevato) le risposte all’atto di forza degli uomini in divisa restano ancora vaghe. La presidente Gloria Macapagal Arroyo, signora di buona famiglia e buoni studi negli Stati Uniti, arrivata alla presidenza sostenuta dalla piazza e dalla Chiesa e dall’aperto supporto dell’ambasciata americana, si è limitata a rilanciare con due commissioni di inchiesta.
L’occasione per annunciarle è stato l’appuntamento annuale per il rapporto della presidente sullo stato della nazione che cadeva proprio ieri. Mentre la giustizia (militare) farà il suo corso nei confronti degli ammutinati, un’inchiesta si occuperà delle lamentele per le paghe e delle denunce di corruzione fatte dai soldati. Un’altra, si occuperà invece di quella che è apparsa l’accusa più grave lanciata dei militari golpisti: e cioè che le bombe nel Sud dell’arcipelago, di cui sono stati accusati i secessionisti islamici del Fronte Moro (Milf) sarebbero opera del governo, nel suo tentativo di far trangugiare ai filippini il fronte asiatico della lotta al terrorismo, inauguratosi dopo l’11 settembre con un controverso schieramento di marine americani nel Sud, dove vive la minoranza musulmana e dove sono attivi diversi gruppi islamici insurrezionalisti.
Come che sia, l’Arroyo, benché visibilmente rilassata dopo la vicenda svoltasi tra sabato e domenica e conclusasi con il ritorno degli uomini nelle “baracche”, esce dalla storia dell’ammutinamento piuttosto indebolita. Non una parola dalla potente Chiesa cattolica che la volle, sponsorizzata dall’inossidabile cardinal Sin, nuova icona da contrapporre al corrotto (e anti americano) Estrada. E pochissimo calore anche dal suo Parlamento in cui serpeggia, non meno che nelle forze armate, un acuto malessere. A ben vedere, il mini golpe sembra sia stato soprattutto una prova di forza o una carta lanciata sul piatto per capire come e quando la presidente sarebbe andata a vedere. E come avrebbe rilanciato. Infine, che golpe è mai quello che si realizza in un centro commerciale, sia pure nel cuore della capitale, piuttosto che in una stazione tv o nel Parlamento come usa in ogni colpo di stato o di mano che si rispetti? Ostaggio di una situazione complicata dall’empasse negoziale con la guerriglia secessionista, con un’economia dal fiato corto e con un malessere scatenato da un filo-americanismo giudicato da molti eccessivo, la presidente deve aver ben capito da chi proveniva l’avvertimento. Che riesce difficile da decifrare. Certo è che l’esercito è in fermento, diviso tra nazionalisti e amici del Pentagono, tra favorevoli al negoziato pacifico e sponsor della linea dura. Una situazione in cui l’Arroyo si barcamena con difficoltà.
Per il momento la confusione sotto il cielo di Manila resta grande. Né appare troppo convincente la croce gettata repentinamente addosso all’ex presidente Estrada, il cui ex ministro Cardenas è stato arrestato dopo una perquisizione sommaria dove gli hanno trovato armi “simili” a quelle dei rivoltosi, come se nelle Filippine girassero migliaia di tipi di armamento diverso.
Per ora comunque il peggio sembra passato. Ma fino a quando? La presidente sa che il malumore che serpeggia potrebbe materializzarsi altrimenti e deve probabilmente temere che si stia allargando sempre di più la forbice tra gli amici e i nemici, questi ultimi sempre più agguerriti. Un suo banco di prova vicinissimo sono i negoziati col Milf che la Arroyo ha annunciato per la prossima settimana in Malaysia. Gestirli in questo clima non sarà facile. E molto della piega che prenderanno dipenderà forse anche dal fallito levantamiento militare del week end in un centro commerciale della capitale.
Da diversi mesi Manila e il Milf, il gruppo secessionista attualmente più forte nel Paese, si trovano in una situazione di stallo. E i diversi attentati sanguinari e operati con tecniche stragiste lontane dalla pratica guerrigliera del Fronte islamico non hanno certo aiutato le parti a superare l’impasse. Tra l’altro, la tentazione di pensare che dietro alla “svolta” stragista del Milf ci fosse una provocazione studiata a tavolino è stata forte. E che i militari golpisti abbiano fatto propria questa teoria ha complicato le carte. Diventata sempre più confuse dopo l’11 settembre. Toccherà adesso alla presidente dimostrare che sta agendo dalla parte giusta e tentare di superare il circolo vizioso – tra bombe e conflitto a bassa intensità – su cui l’Arroyo e il suo Paese hanno finito per avvitarsi.



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