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IL RITORNO DI QUIRICO E PICCININ 10/9/13

SIRIA, LA LEZIONE DEGLI ULTIMI 5 LUSTRI 3/9/13

SIRIA, NIENTE GUERRA SENZA ONU 28/8/13

IL DRAMMA SIRIANO IN UN RAPPORTO DI UNRWA 23/7/13

SIRIA: "FERMATA" DAI RIBELLI LA NOSTRA COLLABORATRICE DABBOUS E TRE COLLEGHI 6/4/13

UN MIRACOLO DELLA BUONA VOLONTA' PER SALVARE LA SIRIA 04/09/12

SIRIA: ISHAK: "DELUSO DA CHI SI CONCENTRA SOLTANTO SUGLI INCARICHI FUTURI" 8/8/12

STRAGE DI BAMBINI IN SIRIA. IL CONFLITTO SI INASPRISCE 12/06/12

SIRIA, STOP A ATTIVITA' AMBASCIATA ITALIANA. IDLIB SOTTO ASSEDIO 14/03/12

PER LA SIRIA. A ROMA MANIFESTAZIONE IL 19 FEBBRAIO

SIRIA, UN APPELLO PER EVITARE UN'ALTRA GUERRA 9/2/12

SIRIA, ANCORA SANGUE A HOMS 8/2/12

SIRIA, IL SI' DI ASSAD AL PIANO LEGA ARABA PER FERMARE VIOLENZE 3/11/11

LA PROTESTA DI HAMA NON SI FERMA 04/07/11

SIRIA: «CANCELLEREMO EUROPA DALLE NOSTRE MAPPE E CI RIVOLGEREMO A EST» 22/06/11

LETTERA DA DAMASCO 22/7/06

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'analisi di un giovane studioso di storia delle relazioni internazionali, in questo momento a Damasco per finire la sua tesi per il dottorato che sta seguendo alla Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze

Massimiliano Trentin

Sabato 22 Luglio 2006

Damasco - Fare previsioni sul futuro degli eventi in Medio Oriente risulta sempre difficile e spesso fallimentare dato che le variabili in gioco sono talmente tante e contraddittorie. Di sicuro, la guerra in Libano, la situazione nei Territori Occupati e la crisi sul nucleare iraniano invitano a formulare qualche considerazione generale. Innanzitutto, la strategia dell’unilateralismo propugnata da Stati Uniti e Israele ha dimostrato la propria dannosità per l’ennesima volta e vi sono buoni motivi per credere che abbia perso buona parte della propria spinta propulsiva.
La situazione in Iraq è ormai nota a tutti. A oltre tre anni dall’invasione gli Stati Uniti e i loro alleati devono ancora trovare una soluzione che permetta loro di uscire dal Paese e mantenerne il controllo politico. Il persistere dell`insurrezione armata si unisce al prevalere delle divisioni tra le forze politiche e confessionali del Paese, e la proposta di riconciliazione nazionale si scontra con i veti incrociati degli stessi alleati di Washington. Vi sono segni per cui la diplomazia statunitense stia ricercando una via d’uscita simile a quella di Kissinger in Vietnam. Ciò richiede però l’appoggio della Cina di turno, ossia l’Iran e qui il gioco si ferma, per ora. Il cosiddetto “piano di disimpegno” del governo Olmert presupponeva anch’esso l’assenza, o meglio, la distruzione di qualsiasi controparte negoziale in modo da giustificare la logica unilaterale dei futuri confini di Israele. Indubbiamente la vittoria elettorale di Hamas ha rappresentato un’occasione d’oro per tale strategia, tanto che tutta la comunità internazionale si è allineata sulle posizioni oltranziste di Washington e Tel Aviv. Solo la Russia si è smarcata, non certo per affinità ideologiche, ma per pura e semplice realpolitik, ossia accreditarsi come un canale di negoziato quando tutti gli altri chiudevano la porta. Con lo stesso intento Putin si muove oggi in Siria e Iran. Le conseguenze per il popolo palestinese sono sotto gli occhi di tutti, e la logica della punizione collettiva viene ormai giustificata o silenziosamente accettata anche in Europa. Spostandosi a nord, la Siria e il Libano erano già da tempo nel mirino di Washington e Tel Aviv. I motivi sono tanti ed essenzialmente riconducibili alla presenza di Hizb’allah e all’opposizione siriana alla guerra in Iraq e alla resa delle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967. Anche qui, l’assassinio dell’ex-premier Rafiq Hariri il giorno di S.Valentino del 2005 ha costituito l’occasione perfetta per costringere i siriani a ritirarsi dal Paese e fare pressioni per il disarmo di Hizb’allah. Da tale momento si è verificato l’allineamento dei Paesi europei sulla politica unilaterale di Washington e Israele. In particolare la Francia ha sperato di eliminare la presenza siriana in Libano e ritornare ad essere la benevola protettrice d’altri tempi. Si è dunque creato un fronte unico tra Stati Uniti, Israele ed Europa per ciò che riguarda la politica medio-orientale. Quanto all’Iran, Washington è riuscita a spostare a proprio favore i componenti europei del consiglio di sicurezza e premere così con maggior forza su Russia e Cina. Unilateralismo e “regime-change” sono stati i principi alla base della politica “occidentale” nell’area.
La reazione dei diretti interessati? Dopo molti tentativi di compromesso, le classi dirigenti di Iran e Siria sono giunte alla conclusione dell’inutilità del dialogo con delle controparti che non vogliono dialogare. E iniziata così una rapida chiusura a difesa del Paese nei confronti delle pressioni esterne: “non possiamo accettare le vostre richieste, ma non saremo noi a provocarvi” è il mantra ripetuto a Damasco. Teheran dal conto suo si dimostra molto più sicura, dato che può contare su di una situazione economica e una compattezza sociale diverse da quelle della Siria. Si è deciso dunque di passare all’offensiva prima di trovarsi definitivamente all’angolo alzando così il livello di scontro, di retorica e mobilitando al proprio seguito la stragrande maggioranza della popolazione dell’intera regione. Che possa piacere o meno, la sfida del presidente iraniano Ahmadinejad, l’attacco di Hamas a Gaza e di Hizb’allah in Libano hanno dato risposta alla frustrazione e al senso di impotenza vigente nella regione. Del resto le altre forze politiche non hanno trovato soluzioni convincenti, sia per incapacità proprie sia per il rifiuto altrui. Non è un caso che i Fratelli Musulmani al Cairo chiedano la revoca del trattato di pace con Israele e che la mediazione di Egitto e Arabia Saudita per la crisi di Gaza sia stata travolta dagli eventi in Libano. Chi paventava la “mezzaluna sciita” non spiegava però le ragioni politiche della sua ascesa e il sostegno popolare di cui gode oggi.
L’esito della crisi attuale è ancora da stabilire e i rischi sono molto alti per tutte le parti in causa. Alcune conseguenze immediate possone però essere individuate. La strategia di sicurezza israeliana è fallita: un tunnel e dei razzi artigianali hanno incrinato la deterrenza dell’esercito israeliano; nonostante l’attacco massiccio di Tel Aviv i razzi libanesi continuano a piovere, le perdite militari di Israele sono più numerose di quelle di Hizb’allah e la prospettiva di un’invasione terrestre prevede la guerriglia e l’attacco alla Siria. Lo stesso governo Olmert deve rispondere pubblicamente delle proprie azioni, perfino di fronte all’esercito. Damasco probabilmente tornerà ad essere il centro degli sforzi diplomatici e non mancherà di far pesare le proprie richieste, prima fra tutte il riconoscimento dei propri interessi in Libano e il proprio status negoziale nella regione. Hamas può contare sul coordinamento con Hizb’allah per sbloccare una situazione di per sè insostenibile, forzando Israele ad aprire due o più fronti. Infine, lo stesso consenso pro-israeliano in Europa si sta frantumando. La Francia di Chirac vede crollare le proprie ambizioni egemoniche in Libano dato che, comunque vada, Hizb’allah ne uscirà rafforzato in termini di sostegno popolare, mentre il giovane Hariri e W. Jumblatt si trovano di fronte al rischio di una guerra civile se osano fare da sponda alle posizioni di Israele. Se in Libano non tutti amano Hizb’allah, di certo la stragrande maggioranza odia Israele per quello che ha fatto e sta compiendo. Dal conto loro, gli Stati Uniti sostengono Tel Aviv ma rischiano la perdita di ciò che avevano guadagnato in Libano nonché la ribellione sciita in Iraq. In tal caso, il Presidente iraniano Ahmadinejad non potrà che essere soddisfatto.
Al momento le possibilità sono due. O Tel Aviv e Washington perseguono la via unilaterale del regime-change, allora il conflitto si allargherà alla Siria, all’Iran e all’Iraq senza garanzie di successo né militare né politico; oppure si ritorna alla politica e alla diplomazia del negoziato. Ma questa presuppone il riconoscimento della controparte e finchè questo verrà rifiutato, la guerra rimarrà un mezzo per farsi ascoltare. Come sempre, le prossime ore saranno decisive per verificare i margini di negoziato e nel frattempo Damasco si prepara ad entrambe le eventualità. Ciò che si teme è che l’obiettivo “Hizb’allah” venga considerato con il passare delle ore l’occasione giusta per rovesciare la Siria e attaccare i siti nucleari iraniani.



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