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Si era sgretolato il sottile vantaggio di Calderón, in una lotta all'ultimo voto con molti colpi scena. Obrador, passato in testa, si è visto però superare di nuovo dall'avversario.

Gabriele Carchella

Giovedi' 6 Luglio 2006
Il Messico di questi giorni assomiglia sempre di più alla Florida del 2000: conteggi incerti, schede dimenticate e il margine di differenza tra i due candidati che si assottiglia. Allora erano George W.Bush e Al Gore a contendersi la Casa Bianca per una manciata di voti. Oggi, al di là della frontiera, sono il conservatore Felipe Calderón e il candidato di sinistra Andrés Manuel López Obrador a battagliare scheda per scheda. Nella notte di martedì il già ridotto vantaggio di Calderón e del suo Partido Acción Nacional (Pan) è diminuito: dall’1,04% si è passati allo 0,64%. L’Istituto federale elettorale (Ife) ha infatti incluso nel conteggio oltre due milioni e mezzo di schede non considerate al momento della diffusione dei risultati preliminari. A dividere i due candidati erano ieri mattina poco più di 257mila voti, e non 400mila come si stimava all’inizio. Davvero pochi in un paese che conta più di 106 milioni di abitanti, di cui oltre 70 con diritto di voto. Ma lo scrutinio è proseguito e Obregon è passato per poche ore in testa per poi vedersi superare di nuovo dall'avversario.
Lo scenario di queste ore è dunque confuso e potrebbe prendere fuoco da un momento all’altro. Se nelle prime ore il vantaggio di Calderón appariva tutto sommato rassicurante, l’aggiornamento dei dati costringe alla massima prudenza. López Obrador, soprannominato Amlo dalle sue iniziali, ha denunciato martedì la scomparsa di tre milioni di voti e ha chiesto un nuovo conteggio manuale delle schede. L’operazione potrebbe richiedere alcuni giorni, considerato che sono ben i 138.500 seggi elettorali sparsi per tutto il paese. Terminato il controllo, la Commissione elettorale dovrebbe annunciare i risultati sabato o al più tardi domenica. In caso di contestazioni, la parola passa al Tribunale elettorale federale, che dovrebbe emettere il suo verdetto il prossimo 6 settembre. Si annunciano quindi settimane di battaglie e accuse. Il Partido de la revolución democrática (Prd) di Obrador ha già denunciato brogli e sviste alquanto sospette, mentre il suo stratega Camacho Solis ha fatto capire che l’occupazione della piazze è una delle opzioni possibili. Visti i precedenti, c’è da giurare che Amlo e i suoi facciano sul serio. Fu infatti solo grazie all’appoggio di centinaia di migliaia di sostenitori che l’uomo nuovo della sinistra messicana evitò la trappola tesa dagli avversari. Volevano estrometterlo dalle elezioni per una questione amministrativa di poco conto, ma di fronte alle manifestazioni di massa a Città del Messico furono costretti a fare un passo indietro. Ora rischia di ripetersi uno scenario simile, anche se bisogna attendere i risultati del nuovo conteggio per capire quale strada prenderà la contesa politica. In gioco c’è il destino di una pedina importante dello scacchiere internazionale: il più popoloso dei paesi di lingua spagnola e il secondo al mondo per presenza di cattolici dietro al solo Brasile e davanti agli Usa. Nonché la decima economia mondiale. La presidenza della federazione messicana, per di più, ha una durata di ben sei anni. Forse gli osservatori internazionali sono stati troppo frettolosi nel pronosticare Obrador come vincitore. Sarà stata anche colpa della svolta dell’America latina, che ha spinto molti a vedere nell’ex sindaco di Città del Messico un probabile nuovo presidente di sinistra. L’ennesimo. Ma ogni paese ha una storia a sé e Obrador non ha avuto vita facile. I cinque anni come governatore di Città del Messico gli sono valsi consensi tra le classi meno abbienti. Per Amlo, però, il colpo basso potrebbe essere quello portato a segno dall’Altra campagna, il movimento del subcomandante Marcos che ha invitato all’astensione criticando fortemente Amlo. Considerato lo scarto ridotto, quei voti mancanti potrebbero rivelarsi decisivi. Il paradosso è evidente: i diseredati e gli ultimi potrebbero decretare la sconfitta del Prd consegnando il paese al Pan, che a dispetto delle promesse non ha saputo portare aria nuova nella politica messicana. A ben vedere, i sondaggi di primavera avevano messo in discussione la prima piazza di Obrador, ma in molti continuavano a nutrire fiducia. Altri critici hanno puntato il dito contro l’arruolamento tra le fila del Prd di ex membri del Partido de la revolución isntitucional (Pri) dalla reputazione discutibile. Al momento, l’unica certezza è la composizione del parlamento, dove il Pan ha conquistato per la prima volta la maggioranza relativa davanti al Prd in entrambe le camere. A livello geografico, il Prd ha trionfato nel sud povero e il Pan nel nord più ricco.

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