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OPZIONI MILITARI 5/7/06

Il Pakistan è pressato da diverse emergenze di carattere militare alle sue frontiere a Ovest: aree tribali, Belucistan, Afghanistan. E tutto spinge il paese ad armarsi sempre di più. E mentre riapre l'ambasciata danese, il Congresso Usa si prepara a discutere un pacchetto di aiuti militari al paese da 5 miliardi di dollari

E. G.

Mercoledi' 5 Luglio 2006

Ci sono sempre due versanti che occupano ormai da anni la scena pachistana. La difficile diplomazia di un paese in equilibrio tra una lealtà occidentale di vecchia data (i rapporti con gli Stati Uniti sono sempre stati buoni) e le spinte islamiche interne che tendono a isolarlo da queste “pericolose” amicizie. E il fronte della guerra. Per anni è stato a oriente e a Nordest, luoghi del conflitto con l’India. Ma negli ultimi anni è il fronte occidentale, quello lungo l’Iran o il poroso confine afgano, a preoccupare di più. Assai più di quando, durante l’invasione sovietica, Peshawar e la tribal belt tribali era solo retrovie dei mujaheddin che adesso invece controllano varie fette di territorio della cintura tribale impegnando l’esercito e la guardia di frontiera, nota per le sue divise di nero intenso.
Sul fronte diplomatico quella di ieri è stata una giornata serena: la Danimarca ha infatti riaperto la sua ambasciata a Islamabad dopo che la sede diplomatica del paese nordeuropeo era stata chiusa lo scorso febbraio a causa delle violente manifestazioni di protesta contro la pubblicazione delle famose vignette blasfeme sul Jyllands Posten (la stessa sorte era toccata alle legazioni danesi in Iran, Siria, Indonesia e Libano poi riaperte). L’indicazione è che dunque la fiammata dovuta alle immagini del profeta col turbante a forma di bomba si è spenta, come ha confermato il ministero degli esteri pachistano. Sottolineando che il passo segna il miglioramento delle relazioni fra Danimarca e Pakistan ma ricordando come i pachistani si sentano ancora offesi per la pubblicazione delle vignette “blasfeme”. Dichiarazione che conferma una politica dei due pesi, molto solerte nei rapporti con l’Occidente ma altrettanto attenta a non ferire la suscettibilità dei 130 milioni di fedeli che abitano nel paese dei puri.
Ma se la Danimarca è un fronte che si raffredda assieme allo scenario interno, ultimamente poco turbolento, quello orientale va di male in peggio. L’ultimo bollettino registra una settantina di razzi lanciati contro un posto di controllo di frontiera pachistano e due tralicci dell'elettricità fatti esplodere con l'esplosivo in due distretti a Est di Quetta, nella regione sudoccidentale del paese. I militanti hanno usato ordigni esplosivi per far saltare due tralicci elettrici nel distretto di Kohlu, provocando il black-out in molte aree della regione, mentre i razzi sono stati sparati contro un posto di controllo della polizia di frontiera nel distretto di Sibbi. Ma le notizie cattive registrano anche la morte del leader nazionalista beluci Abdus Samad Achakzai (il Gandhi del Belucistan) e la strage che ha ucciso almeno sei soldati pachistani saltati su una mina nella Provincia della Frontiera nel distretto di Dir, 120 chilometri a nordest di Peshawar. Solo una settimana fa, nel Waziristan, sempre all’interno della “cintura tribale” altri sette soldati erano rimasti uccisi da un kamikaze.
Le notizie d’agenzia dicono molto sulla frontiera sensibile dove Islamabad affronta almeno un paio di emergenze: quella costante della guerra ai talebani afgani e pachistani (distinzione che vale per noi, ma poco per i pashtun dell’area tribale) e agli epigoni qaedisti. E quella, meno nota, nel Belucistan, la regione occidentale al confine con l’Afghanistan e l’Iran, dove i nazionalisti beluci hanno ripreso fiato da un anno a questa parte. Le due guerre non c’entrano l’una con l’altra ma in mezzo alle due aree di conflitto interno c’è la purulenta piaga afgana che impegna dunque Islamabad in una guerra senza quartiere, gratificata dalle accuse di Kabul secondo cui il Pakistan starebbe soffiando sul fuoco della crisi nell’area meridionale e orientale dell’Afghanistan sostenendo i jihadisti.
Dominato da un presidente-genereale e praticamente circondato da aree di crisi e di conflitto, il Pakistan corre il rischio di diventare nuovamente ostaggio di una delle sue più forti caste interne, quella dei militari. I cui legami con l’intelligence sono un secondo potere spesso assai più forte di quello rappresentato dal presidente. La tentazione di puntare su un irrigidimento rischia inoltre di essere sostenuta anche dal recente avvicinamento tra India e Stati Uniti che sono ormai in dirittura d’arrivo per il controverso accordo sul nucleare. Per Islamabad il prossimo 13 luglio sarà dunque una data particolarmente significativa. Quel giorno è infatti prevista una discussione al Congresso americano su un pacchetto di aiuti militari da 5 miliardi di dollari che contempla una partita di caccia F-16 (oltre una trentina tra modelli vecchie nuovi). Proprio questi aerei da combattimento, e il tira e molla sulla loro vendita al Pakistan, sono stati la carota e il bastone utilizzati dagli Usa per tenere a bada gli appetiti dei militari di Islamabad. Ma questa volta, per non inasprire gli animi, probabilmente il Congresso darà luce verde.





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