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Entrambi i candidati alle elezioni messicane hanno proclamato la vittoria, ma è Felipe Calderon (a ds nella foto), uomo del Pan di Vicente Fox, a detenere uno striminzito vantaggio. Il risultato ufficiale sarà reso noto solo mercoledì. L'annunciata svolta a sinistra del paese rischia di naufragare man mano che il conteggio delle schede procede.

Francesca Minerva

Martedi' 4 Luglio 2006
Città del Messico -“Rispetterò le istituzioni e la decisione finale dell’Istituto federale elettorale (Ife). Tuttavia posso informare il popolo messicano che secondo i nostri dati abbiamo ottenuto la presidenza della Repubblica”. La notte del 2 luglio, davanti ai migliaia di sostenitori a cui per mesi ha assicurato “Sorridete, vinceremo!”, Andrés Manuel López Obrador, candidato del Partido de la revolución democrática (Prd), ha detto: “Sorridete, perché abbiamo vinto!”. Ma il sorriso del candidato di centro-sinistra, quando annuncia la sua vittoria al popolo messicano, è appena accennato. Sul suo viso sembra invece prevalere la paura che il discorso preparato da tempo non rispecchi la realtà. Il conteggio preliminare dei voti dà infatti uno striminzito vantaggio (1%) all’avversario Felipe Calderón del Partido Acción Nacional (Pan). La partita, comunque, è ancora aperta: i risultati ufficiali si conosceranno solo mercoledì. “L’Ife ha segnalato che preferisce non dichiarare il risultato”, ha affermato con maggior sicurezza Calderón. “Tuttavia, secondo i sondaggi, abbiamo vinto noi fin dal primo momento”.
Nessuno molla. E’ la battaglia decisiva di una guerra combattuta all’ultimo sangue tra i due candidati alla presidenza della repubblica messicana e tra le loro animate schiere di sostenitori. Il primo round si giocò oltre un anno fa quando il Pan, partito al governo, insieme al Partido revolucionario institucional (Pri), tentarono di rendere illegittima la candidatura del candidato del Prd, López Obrador, appigliandosi a un’insignificante vicenda: la controversa espropriazione di un terreno per permettere l’accesso a un ospedale. Ma un milione di persone scesero in piazza e costrinsero alla retromarcia il governo.
La contesa si è poi spostata su radio e televisioni dove, come versioni moderne di quel realismo magico tanto caro alla tradizione letteraria latinoamericana, hanno preso forma gli scenari più apocalittici. Crisi, paura, recessione economica e indebitamento, sono le parole più ricorrenti negli spot elettorali che mettono in guardia da una possibile vittoria della sinistra. E le immagini sono quelle di Obrador accanto all’ “intransigente, autoritario e populista” Hugo Chávez, o di un uomo che cammina angosciato nella sua casa dicendo tra sé: “Perderò il mio patrimonio” (e intanto sparisce dalla casa un mobile), “il paese si indebiterà” (sparisce un altro mobile), “cresceranno gli interessi e non potrò pagarli” (e spariscono telefono e televisione). Finché sullo sfondo rimangono solo moglie e figlio e una musica inquietante.
Scegliere la continuità con il sistema, la stabilità economica, la sicurezza, la legalità o rischiare di perdere tutto con una pericolosa novità? E’ il messaggio lanciato al paese in quella che è stata definita la guerra sporca del Pan e del Pri contro il candidato del Prd.
Quando il 28 giugno, ultimo giorno di campagna elettorale, centinaia di migliaia di persone hanno invaso la piazza capitolina dello Zócalo per ascoltare il discorso del “candidato della crisi”, sembrava che la strategia del terrore non avesse sortito l’effetto sperato. La piazza centrale e le strade adiacenti hanno accolto una quantità di gente e un entusiasmo incredibili. Hanno visto arrivare dalle periferie della capitale, su pullman stracolmi, quella parte di popolo messicano con la pelle più scura e i vestiti rotti: le indigene che caricano i figli sulle spalle; i venditori ambulanti; gli anziani cui Obrador, come sindaco della capitale, ha assicurato un assegno mensile; gli studenti delle nuove università pubbliche da lui aperte; i cittadini più umili, quelli cui fratello e papà sono emigrati al nord, quelli con una sola camicia e un solo paio di scarpe. Che sotto la pioggia gridavano: “¡Sí, se puede!”.
Sembrava che avessero meno forza nella voce i sostenitori del Pan, scesi in piazza lo stesso giorno nella città industriale di Guadalajara, al nord della repubblica. Quelli dalla pelle più bianca, dai modi più composti e dai vestiti più eleganti. Ma nel giorno delle elezioni è risultato ancora tutto da giocare. Sembra di assistere a scene già viste sia nel continente americano, quando si attesero 15 giorni di spoglio supplementare per ridare il mandato a George W. Bush. In Messico, per i risultati definitivi bisognerà aspettare tre giorni più del previsto.
Mai nella storia di questo paese un processo elettorale aveva scaldato così tanto gli animi dei cittadini: fino al 2000 si sapeva infatti che - indipendentemente da come la gente votasse – avrebbe vinto il Pri. La riforma elettorale del 1997 e la costituzione dell’Ife hanno permesso nel 2000 l’ingresso del “governo del cambiamento” di Vincente Fox, che non si è però rivelato così diverso dai precedenti. Ora una coalizione di centro-sinistra sembra avere per la prima volta la reale possibilità di dare una svolta alla politica del paese.
C’è però un terzo attore. Nelle animate piazze messicane è scesa anche l’indignazione degli zapatisti e degli aderenti alla cosiddetta altra campagna. Questi, guidati dal subcomandante Marcos, hanno gridato: “Ni Pri , ni Pan, ni Prd: ¡el pueblo unido contra el poder!” e hanno chiesto la liberazione degli attivisti messi in carcere. In una manifestazione pacifica arrivata fino alla piazza dello Zócalo, i membri dell’altra campagna hanno incrociato le lunghissime code di fronte ai seggi elettorali e hanno reiterato il loro messaggio, a cui è stato dedicato pochissimo spazio nei media: organizzarsi dal basso, invece di votare e lasciare che qualcuno decida per il popolo dall’alto.
Chiunque sia il vincitore, dovrà fare i conti col “candidato inesistente”, quel sub comandante che, organizzando l’altra campagna come alternativa al processo elettorale, ha tenuto fuori una percentuale di elettori forse determinante.
L’attesa per il nuovo presidente è forte ovunque, non solo nella capitale sotto i riflettori dei media internazionali. Ad Atenco, per esempio, a soli 30 chilometri da Città del Messico, esattamente due mesi fa è partita una repressione del governo Fox stile anni ’70 che ha lasciato due morti sulle strade e centinaia di manifestanti in carcere. Trenta di loro sono ancora dietro le sbarre in attesa di un processo rinviato a dopo le elezioni. I membri del Frente de pueblos en defensa de la tierra di Atenco, come altre organizzazioni dell’opposizione sociale, non hanno votato per alcun candidato ma attendono con ansia di sapere se si dovranno confrontare con la mano dura promessa ai propri elettori da Calderón, o con il dialogo che López Obrador aveva garantito anche a chi non si riconosce in questo sistema.


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