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COS'E' ABU SAYYAF 23/4/09

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FILIPPINE: OSTAGGI NELLA GIUNGLA DI ABU SAYYAF 1/4/2009

TUTTI I PERCHE' DEL DISATRO DI LEYTE 18/2/2006

Piogge battenti, scosse sismiche, ma anche la mano dell'uomo nel disboscamento selvaggio

Paolo Affatato

Sabato 18 Febbraio 2006
C’è la violenza della natura ma c’è anche la responsabilità umana alla base del disastro che ieri ha investito l’isola di Leyte, al centro dell’arcipelago filippino, proprio quella dove sbarcò il generale americano Mac Arthur nel 1944. E se le perdite umane non saranno pari a quelle che la popolazione locale ricorda per una simile alluvione che colpì l’isola nel 1991 (oltre seimila morti), il numero delle vittime, secondo gli esperti, poteva essere comunque sensibilmente ridotto. Se solo i sistemi di prevenzione e di evacuazione fossero risultati più efficaci. Eppure le Filippine sono un paese in cui i disastri naturali non sono certo una novità: eruzioni vulcaniche, cicloni tropicali, terremoti, smottamenti e inondazioni sono eventi piuttosto comuni (ne accadono circa 20 all’anno, di diversa entità), data la collocazione geografica dell’arcipelago, in un’area del Pacifico soggetta ai tifoni e situato su una faglia che è fra quelle geologicamente più instabili del pianeta.
Il tragico smottamento a Leyte è stato l’effetto di una somma si concause: prima le piogge battenti (tre volte la quantità stagionale) che da circa una settimana hanno colpito l’isola; poi una lieve scossa di terremoto (magnitudo 2 della scala Richter), che ha smosso la montagna prospiciente al villaggio di Guinsaugon. Ma c’è anche la responsabilità umana: la deforestazione illegale che alimenta il commercio clandestino di legname, vero problema nazionale nelle Filippine, che tocca le estese foreste del Nord dell’isola di Luzon, le isole centrali come Leyte e Samar, o la vasta Mindanano più a Sud.
E’ anche vero, d’altronde, che a funzionare, specialmente nelle aree più vulnerabili dovrebbero essere le Local Government Unit create appositamente da Manila per prevenire, addestrare la popolazione a gestire l’emergenza, coordinare i primi soccorsi. Anche perché, sottolineano gli esperti delle organizzazioni umanitarie internazionali, nelle prime 48 ore dopo una catastrofe la gente locale è sola, quindi dev’essere ben preparata. Sulla carta i mezzi e le risorse a disposizione delle unità locali dovrebbero esser adeguati ai disastri, ma non sempre è così. Anche per i cronici problemi di corruzione e mal governo che affliggono il paese (al 117° posto nella classifica dell’osservatorio Transparency International, risultando uno fra i paesi più corrotti al mondo).
E allora anche la mala amministrazione, risalendo a monte del problema, costituisce un pesante condizionamento sulla prevenzione e gestione delle catastrofi. Da questo punto di vista le Filippine non vivono certo un momento felice: più che gli ultimi tifoni tropicali, la vera tempesta è stata quella politica, che a metà del 2005 ha messo in ginocchio il paese. La presidente Gloria Arroyo è stata accusata di corruzione e brogli elettorali: una nazione in subbuglio, rischio (evitato di un soffio) di impeachment, gravi conseguenze economiche, deterioramento delle finanze pubbliche. In un paese dove oltre il 50% della popolazione si percepisce povero e la disoccupazione è oltre l’11% è stata una vera batosta. Pioggia sul bagnato: nel 2005 il Programma Onu per lo sviluppo umano (che tiene conto di tre fattori: la speranza di vita; l’istruzione; uno standard di benessere) ha visto scendere le Filippine dall’83° all’84° posto, su 177 nazioni.



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