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RIENTRA LA MINACCIA DI USARE I FONDI DELLA COOPERAZIONE PER SCOPI MILITARI 20/6/03

Le Ong italiane invitano però a non abbassare la guardia: non solo c’è il pericolo che i fondi per la cooperazione siano destinati ad altri usi: c’è anche il rischio che le Ong scompaiano, annientate dalla morosità del ministero degli esteri o dall’impossibilità di far fronte agli impegni coi paesi in via di sviluppo

Emanuele Giordana

Venerdi' 20 Giugno 2003
Lo “scippo”, come molti l’hanno chiamato, pare rientrato. Il condizionale resta d’obbligo ma tutto sembra indicare che l’idea del ministero del tesoro di sottrarre 308 milioni di euro dai fondi della Cooperazione, sia naufragata. I soldi resteranno lì e non andranno dunque a finanziare nessuna missione in Iraq, come già da una settimana aveva denunciato l’Associazione delle Organizzazioni non governative.
In una movimentata conferenza stampa ieri mattina alla Camera, il gotha delle Ong italiane, rappresentato dal direttivo di un’associazione che ne rappresenta 164, si è mostrato ai giornalisti con una fascia nera al braccio. Listati a lutto, spiegano il presidente Sergio Marelli e i membri dell’esecutivo Michele Romano, Mario Gay e Guido Barbera: perché non solo c’è il pericolo che i fondi per la cooperazione siano destinati ad altri usi. C’è il rischio che le Ong scompaiano, annientate dalla morosità del ministero degli esteri o dall’impossibilità di far fronte agli impegni coi paesi in via di sviluppo. Accanto alle Ong anche tante associazioni del terzo settore: dal Forum alla rete Lilliput, dal tavolo per l’Iraq alla Compagnia delle opere. Lamento trasversale dunque. E a cui non sono restati insensibili diversi esponenti della maggioranza. E’ toccato così a Fiorello Provera, leghista moderato che non porta il fazzoletto verde, spiegare di aver seguito la vicenda con viva preoccupazione. Preoccupazione che già l’11 giugno aveva visto un’interrogazione di tre capigruppo della maggioranza alla camera (Landi di Chiavenna An, Naro Udc e Rizzi Lega Nord).
La pressione delle Ong, che da una settimana battono i campanacci dell’allarme, e le perplessità di tre quarti della maggioranza (come si vede manca Forza Italia) devono aver fatto pensare a Frattini e Tremonti che forse non era il caso di impegnare metà del bilancio a dono della Cooperazione per finanziare, anziché la solidarietà, i soldati di una controversa missione di pace. Negli ambienti diplomatici e politici della Farnesina, l’ennesima trovata del Tosoro non era comunque piaciuta da subito: soprattutto ai sottosegretari di An e Udc, che avevano visto nella mannaia di Tremonti la fine degli impegni presi con i paesi che dipendono dalle aree geografiche loro affidate. Già mercoledì sera il sottosegretario Baccini dettava alle agenzie la prima marcia indietro. Reiterata ieri da Provera, cui Frattini avrebbe garantito che i fondi non si toccano e che Tremonti li cercherà altrove.
Ma le Ong, che pure hanno apprezzato la levata di scudi trasversale, restano in attesa di capire, non solo se le mezze parole finora pronunciate diverranno dichiarazione ufficiale del governo, ma anche che fine farà la cooperazione italiana. In cerca di una legge che il passato governo non era nemmeno riuscita a mettere in calendario, l’associazionismo della società civile teme adesso l’ennesima presa in giro (“Non presentate – chiede Marelli ai parlamentari – 19 disegni di legge ma solo due e confrontatevi”) a fronte di un cahier de doleance lungo e spietato: cronica riduzione dei fondi; lungaggini amministrative nell’approvazione dei progetti, 250 dei quali giacciono bloccati; esposizione debitoria delle Ong per 30 milioni di euro dovuta alla morosità del ministero. Inoltre da cinque mesi non si riunisce il Direzionale, l’organismo della Farnesina che decide i finanziamenti dei progetti (salvo quelli d’emergenza che invece dribblano l’iter tradizionale, come nel caso, ad esempio, dell’ospedale da campo della Croce rossa). Infine, Berlusconi aveva promesso l’1% del Pil per la cooperazione, mentre siamo allo 0,20% per di più raggiunto con “artifici contabili”. Quanto infine al possibile utilizzo dei fondi della cooperazione a fini militari in barba a una legge dello stato, le Ong ricordano che nel 2003 le spese militari si sono già incamerato l’1,5% del Pil.
La questione dei fondi della cooperazione ha insomma finalmente smosso le acque di un panorama asfittico, cui nemmeno la guerra in Iraq era riuscita a dare uno scossone. Se non facendo stabilire alla Farnesina un’erogazione per la cooperazione in Iraq di 46 milioni di euro, un buon terzo dei quali sono stati promessi al controverso ospedale della Cri, su cui sono già piovute diverse richieste di chiarimento in Parlamento.
Tra le decine di interrogazioni e interpellanze, molte delle quali senza risposta, giace intanto anche quella chilometrica che 35 senatori della sinistra hanno depositato per conoscere le ragioni per le quali l’Italia ha appoggiato la guerra in Iraq. Sulla falsariga di quanto avviene a Londra e Washington, anche i parlamentari italiani vorrebbero avere notizie sulle armi di distruzione di massa. Per ora il governo ha trovato sulla sua strada irachena solo 308 milioni. Nelle casse della Farnesina. Ma forse - si spera - spariranno anche quelli.



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