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UN'IPOTESI PER L'IRAQ 27/5/067
Ritiro si ma dopo? Forze civili protette da militari? Team di ricostruzione sul modello afgano? L'opinione di
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Gianni Rufini
Sabato 27 Maggio 2006
Non giochiamo a fare previsioni su questo Iraq. Certo non assomiglia al Kosovo del 1999 né al Mozambico del 1991, ma piuttosto alla Somalia del 1993, il primo grande fallimento di una missione internazionale. Con la riunione di ieri, il Governo sembra aver intrapreso la strada virtuosa del ritiro totale, senza la foglia di fico della “missione civile” scortata da mille soldati, come in un primo momento si era paventato. Ma saranno molte le pressioni, nelle prossime settimane, per ritornare sulla decisione presa. A parte i soliti guerrafondai, molti obietteranno che così facendo, l’Italia uscirebbe di scena e perderebbe l’occasione di giocare un ruolo nel processo di ricostruzione iracheno. Cerchiamo allora di capire come si potrebbe mantenere un ruolo rilevante nella transizione irachena, senza compromettersi militarmente.
Gli iracheni e l’Occidente
La prima cosa importante è che si capisca fino in fondo che qui i problemi tecnici e politici si mescolano irrimediabilmente con i simboli, e con i sentimenti degli iracheni: una presenza militare – sia pure simbolica – sarà sempre vista come un’occupazione. Non è il caso di addentrarci nei meandri del diritto internazionale (che pure parla chiaro), il problema è di percezione. Gli stranieri in Iraq, in particolare gli occidentali, erano visti come nemici anche prima della guerra, per via del conflitto precedente e, soprattutto, delle sanzioni, che avevano fatto precipitare il livello della qualità della vita nel paese. Ne sanno qualcosa le ONG e le agenzie ONU che ci hanno lavorato tra il 1992 e il 2003. Oggi, anche gli iracheni filo-occidentali, anche i più democratici e liberali riconoscono che lo stato d’occupazione (formale o no) è il grande fattore di destabilizzazione del paese. L’ostilità verso l’Occidente, nelle sue molte sfumature, è comunque universale, ed è un tratto ormai strutturale della società irachena. Ci vorranno decenni per superarlo, e la manifestazione più odiosa per l’opinione pubblica è costituita proprio la presenza militare.
La missione di pace italiana
Gli italiani, in “missione di pace”, si sono presentati al seguito delle truppe d’occupazione, senza alcun mandato delle Nazioni Unite. Ospiti non invitati, ingombranti e armati fino ai denti, non sono stati certo riscattati da un tardivo mandato del Consiglio di Sicurezza, che in realtà ha preso atto dello status quo, ricordando alle forze occupanti l’obbligo giuridico di amministrare il paese occupato. A conti fatti, la risoluzione dell’ONU ha in sostanza formalizzato l’integrazione dell’Italia nella Coalizione. E in ogni caso, agli occhi degli iracheni, non basta essere più simpatici per distinguersi da tutti gli altri che hanno fatto la guerra e invaso il paese. D’altronde tutto questo si sapeva già. Basta ricordare quello che era avvenuto in Somalia nel 1992-93, quando le Nazioni Unite avevano inviato nel paese la missione Restore Hope, col compito di fermare la guerra tra i warlords e assistere la popolazione stremata. La spedizione fu accolta con entusiasmo dalla popolazione, ma dopo qualche mese gli USA pretesero ed ottennero dall’ONU una seconda missione, parallela alla prima, la UNITAF, con compiti di polizia per arrestare e neutralizzare il gen. Aidid, presunto colpevole di tutto il caos somalo. UNITAF usava la mano pesante: arresti arbitrari, perquisizioni a tappeto, scontri a fuoco, uso della tortura negli interrogatori, ecc. I somali non distinsero più tra le due missioni internazionali, per loro tutti gli stranieri erano diventati ugualmente dei nemici, e si ribellarono. Restore Hope fallì miseramente, molti uomini vennero uccisi e il paese fu infine abbandonato a se stesso. Non basta dichiararsi buoni, bisogna anche sembrarlo. Ed essere creduti.
Militari e civili
Si è parlato molto di un intervento civile per la ricostruzione, che dovrebbe però essere protetto dalle forze militari, “almeno 800 uomini” secondo la Difesa. Innanzitutto bisogna chiedersi a quale scopo mandare dei civili in Iraq. I bisogni prioritari del paese in termini di ricostruzione, sono chiari: il sistema sanitario, le scuole, l’acqua e i servizi igienici, l’agricoltura e le piccole attività produttive, strade e infrastrutture urbane. Insomma, tutte cose banali, ampiamente alla portata degli iracheni stessi: non bisogna dimenticare che l’Iraq ha avuto per quarant’anni il miglior sistema scolastico e universitario del Medio Oriente. E allora perché dovremmo mandare esperti italiani, a 20-30mila euro al mese, quando con la stessa cifra si potrebbero assumere decine e decine di ottimi tecnici locali? E perché dovremmo schierare centinaia di costosissimi soldati a difenderli, quando i bravi iracheni potrebbero tranquillamente farne a meno?
Chiunque sappia qualcosa di cooperazione e di aiuto umanitario sa benissimo che non solo mandare tecnici italiani è inutile, ma anche che semplicemente non è possibile lavorare circondati dai blindati, sorvolati dagli elicotteri e con i cecchini piazzati sui tetti delle case.
Certo, possono esserci settori particolari, come la conservatoria dei musei o l’archeologia, dove un qualche apporto di competenza italiana potrebbe risultare utile, ma a quale prezzo?
Imparare dall’Afghanistan
Si è parlato molto di dispiegare nel paese i Provincial Reconstruction Teams (PRT) già sperimentati in Afghanistan. Si tratta di formazioni miste militari-civili sotto comando militare, che si impegnano in quel tipo di operazioni sopra descritte, che rendono mostruosamente costosi e pericolosi dei banalissimi lavori edili o la distribuzione di aiuti di base. E’ come se l’idraulico si presentasse a casa vostra protetto da una decina di guardaspalle che per proteggerlo si piazzano in salotto, in bagno e in camera da letto, mettono faccia al muro vostro figlio e vostra moglie, puntano il mitra sui vicini di pianerottolo e sequestrano l’ascensore.
In Afghanistan, i PRT hanno definitivamente compromesso la credibilità degli operatori civili, che subiscono continui attacchi, e perpetuano negli abitanti la sensazione di avere il nemico in casa. D’altra parte, ben pochi negano che l’intera operazione afgana sia un fallimento: Bin Laden sghignazza, i warlords si sono ripresi il paese, i Taleban controllano saldamente un terzo del territorio, il traffico di oppio è in pieno boom, le donne girano in burqa e il paese è ridotto alla disperazione. Eppure sono passati cinque anni…
Che fare
Se l’Italia vuole davvero giocare un ruolo in Iraq, allora deve cominciare a pensare a come spende i soldi, dirottandoli dalle costosissime operazioni militari verso le attività di assistenza e ricostruzione. Affidarsi alle Nazioni Unite, alle ONG e al sistema imprenditoriale per attivare le forze civili e le imprese locali, senza mettere a repentaglio la sicurezza di soldati e tecnici. Dal 2004, per esempio, tutte le ONG internazionali hanno ritirato i propri cooperanti dal paese e dirigono le operazioni da Amman o da Kuwait City, contando sul personale iracheno per l’esecuzione dei lavori, e recandosi ogni tanto in Iraq, per controllare come vanno le cose. Rischi minimizzati, spese bassissime e risultati più che soddisfacenti. Bisogna poi proseguire ed intensificare l’impegno per dotare il paese di una forza di sicurezza ben addestrata, ben armata e adeguatamente formata al rispetto dei diritti dell’uomo.
Due assi strategici su cui impegnarsi per un decennio, con certezza di risorse e rispetto degli impegni. Lavorando con coerenza e continuità su questi due aspetti, l’Italia potrebbe diventare veramente una protagonista della ricostruzione irachena, e un modello di cooperazione internazionale.
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