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Presidio contro la guerra a Milano

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ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

DA VECCHIA A NUOVA BABILONIA 26/5/06

La nostra missione in Iraq rischia solo di cambiar pelle. Tutti vorrebbero andarsene ma ancor non è chiaro come. Anche se chi qualche idea ce l'ha. Di buon senso

Emanuele Giordana

Venerdi' 26 Maggio 2006

L’eredità avvelenata del governo Berlusconi in Iraq si chiama “Nuova Babilonia” e il suo acronimo è Usr (Unità di sostegno alla Ricostruzione) o Prt (Team di Ricostruzione Provinciale), tragico esperimento di coabitazione civile militare mediato dall’Afghanistan. Nella nebulosa del dopo ritiro sia la Farnesina che i comandi militari un piano ce l’hanno già: sono nuclei di civili che dovrebbero dare una mano alla ricostruzione con scorta militare. Almeno 800 uomini, nelle parole del capo di stato maggiore dell'esercito Filiberto Cecchi. In una parola un terzo del contingente. Col compito di sorvegliare che i civili non si facciano male.
La mozione parlamentare sul ritiro che dovrà dire qualcosa anche sul “dopo” si discuterà probabilmente entro 15 giorni. Pochi ma sufficienti a chiarire la nebulosa su cosa dovrà fare un governo che è stato scelto da molti elettori in base al ripudio di una guerra sbagliata. Gli umori nel centrosinistra sono variegati. E se, soprattutto per la Margherita, il problema è conservare buone relazioni con gli americani garantendo una certa “continuità”, tra Rifondazione, diesse, comunisti italiani e verdi la prima opzione sembra, saggiamente, quella di azzerare il lascito berlusconiano. “Il primo segnale da dare – dice Gennaro Migliore, responsabile esteri del Prc – deve essere la discontinuità tra il ritiro dei soldati e il nostro impegno futuro”. Azzerare il quadro insomma, senza ingenerare confusioni e sfuggire così all’evidente “interferenza” degli americani nelle attuali strutture miste che amministrano, tra uomini in divisa e tecnici civili della Farnesina, la distribuzione di qualche generatore per pozzi o computer e quaderni nelle scuole di Nassiriya. Anche Marina Sereni, pensa che la prima cosa da fare sia “congelare tutte le operazioni in corso”. “Non dobbiamo avere fretta di fare, ma dobbiamo farci un’idea seria di come intervenire” dice la vicecapogruppo dell’Ulivo alla Camera. “Dobbiamo stare molto attenti al nostro rapporto con gli iracheni e cercare una cornice europea, una verifica che stabilisca quale debba essere l’opzione e la modalità del nostro intervento, il che sarà anche un’occasione di rivisitazione della nostra politica europea”. Prudenza e saggezza. Anche Jacopo Venier, responsabile esteri del Pdci pensa che, prima di fare qualsiasi cosa, “vada ricostruito un contesto politico che possa chiaramente far leggere qualsiasi forma di aiuto come slegata dall’intervento militare”. Cambiare innanzi tutto la percezione negli iracheni ed “essere presenti nel processo di stabilizzazione e riconciliazione”. Tutte opinioni che vanno in una direzione sola: chiudere in maniera definitiva col passato senza lasciarsi indurre in tentazione da quello che già c’è, cambiandogli semplicemente pelle.
Luciano Carrino, del Comitato Scientifico dell’Unesco e che fu l’artefice del Prodere in Centroamerica, uno dei programmi quadro in aree di conflitto di maggior successo dell’Onu, pensa che l’esperienza accumulata dalla comunità internazionale consigli soprattutto cosa “non fare”: operazioni in bilaterale (governo-governo) come finora ha fatto l’Italia. E ancor meno confondere le acque con opzioni miste civile e militare. L’Italia, dice Carrino, dovrebbe pensare a un’azione di rilancio fortemente collegata con i paesi non implicati nella guerra come Spagna, Francia e Germania. E farsi motore per la nascita di un fronte europeo che, con le Nazioni Unite, formuli “un piano di sviluppo territoriale dell’Iraq nel rispetto del negoziato nelle mani del governo di Bagdad”. Niente progetti settoriali dunque o “azioni puntuali”, scaricando magari su qualche Ong italiana una responsabilità negoziale che spetta prima di tutto al governo. Che dovrebbe impegnarsi, con l’Onu e i partner europei, alla formazione di un “luogo” negoziale dove si confrontino tutte le anime del territorio iracheno. E dove la cooperazione faccia la sua parte “sempre che gli iracheni –dice - lo vogliano”. Non piani di ricostruzione dunque ma di riconciliazione, con una “cultura della riappropriazione del territorio” e affiancando il governo nei suoi piani strategici ma senza la presenza in loco di squadre di internazionali. Il che fuga l’idea che servano militari a proteggerle. L’Italia, dice, potrebbe fornire il “prestigio metodologico” conquistato sul terreno in passate esperienze. Senza fretta, come consigliava Sereni. Soprattutto senza soldati. Una operazione insomma di buon senso.

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