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ITALIA E ASIA: UN'ALLENZA PER RILANCIARE 23/5/06

L'Asia è stata una Cenerentola della nostra poltica estera. Possiamo ancora permettercelo? Serve qualche nuova idea e un patto tra cultura, politica ed economia per tornare alla scoperta del continente. Come abbiamo saputo fare secoli fa

Emanuele Giordana

Martedi' 23 Maggio 2006


La serata è rimasta memorabile. Serata cui partecipava anche il nunzio e il rappresentante di un’organizzazione religiosa del nostro paese oltre a una serie di importanti profili del governo locale. Alla cena organizzata dalla nostra legazione in un paese asiatico a maggioranza musulmana, a far gli onori di casa cerano il nostro ambasciatore e il neo direttore dell’Istituto di cultura. L’atmosfera simpatica che si era creata tra i convitati, tutti ben introdotti nel paese in questione, venne guastata dal gelo improvviso sceso nel momento in cui il neo direttore aprì bocca. Per lanciare l’idea di una grande fiera del vino italiano da tenersi di li a poco nel paese… Il vino del resto è un problema di etichetta diplomatica da tempo immemore. Molto recentemente è stato al centro dei banchetti ufficiali cui partecipano i mullah iraniani, per i quali la presenza a tavola di una bottiglia è di per se un’offesa. Del resto l’improvvido funzionario applicava le regole dettate dal precedente governo in materia di vendita del made in Italy all’estero. Ma ogni cosa richiede savoir faire. Messi in riga perché diventassero piazzisti, i nostri diplomatici han finito per incorrere in qualche incidente. Con l’effetto che forse la svolta li ha fatti diventare ancor più prudenti di quanto già non siano nel lancio di iniziative nuove e creative. Quelle di cui un paese come il nostro avrebbe oggi davvero bisogno.
La gaffe non del tutto innocua provocò solo qualche malumore e un colpo di tosse da parte del nunzio. La cosa finì lì. Ma è sintomatica del fatto che l’attenzione all’Asia, dalle parti di casa nostra non è una tradizione così forte come le antiche spedizioni di Tucci, i limpidi resoconti di Terzani o le contaminazioni letterarie di Fosco Maraini (più in là nel tempo, i viaggi di Ludovico De Varthema o Niccolò de Conti) farebbero supporre.
Paese impigrito sugli allori guadagnati in passato, attratto dai mercati vicini, sempre meno propenso al rischio d’impresa, soprattutto se non c’è la manina santa dello Stato, l’Italia più che un popolo di navigatori è un paese molto ripiegato sul proprio ombelico. L’Asia ha finito per irrompere nella nostra vita senza che nemmeno ce ne fossimo accorti, se non per una distratta attenzione alla Cina, assai prima che un sussulto d’orgoglio, o un campanello d’allarme, ci scuotessero da un insano torpore. L’anno scorso abbiamo scoperto che esiste anche l’India, anzi Chindia, l’unione prepotente di due paesi che, la divisone bipolare del mondo, aveva relegato, nel nostro immaginario, nel limbo delle nazioni troppo distanti politicamente e troppo povere economicamente per costituire, assieme o da sole, un fattore di rischio. O comunque di interesse.
Il problema è che l’Asia sta andando con gli stivali delle sette leghe e “Il secolo dell’Asia” per citare un vecchio saggio, anziché quello scorso - il secolo del risveglio dalle colonie - rischia di essere questo. Presente difficile per chi non si è attrezzato per tempo. Mentre divoriamo “Making Sense of Ch’india” di Jairam Ramesh (nella prefazione l’attuale presidente della Brookings Institution, Strobe Talbott, spiega che è una grande opportunità), cinesi e indiani già pensano in grande. Si chiama Eac o East asian community. Un sogno? Può darsi. Un accordo in grande sui dazi doganali? Assai di più. Il tentativo di scimmiottare la Ue? Altro da ciò.
A leggere le cronache la cosa è in rapido divenire. Prefigura una presenza di grandi e piccoli paesi asiatici il cui motore è l’associazione regionale dell’Asean che, quatta quatta, ha trasformato un’alleanza di stati creata dagli americani in chiave anticomunista, nel primo interlocutore asiatico di Pechino e in uno snodo geopolitico in grado di attrarre dal rigido Vietnam alla fragile Cambogia. Chi la considerasse una scatola inutile o un monolite (come era nella sua prima rigida versione) si deve adesso ricredere leggendo delle prese di posizione contro un socio scomodo: la Birmania. Nell’Asean han fatto capolino con insistenza diritti umani e democrazia in un contesto dove vigeva la regola della “non interferenza” nei fatti altrui. Novità importanti. L’Asean per adesso è il motore di una nuova geografia in divenire che ha già prefigurato una sua moneta unica (almeno nella testa di un gruppo di paesi) e in cui, questa la scommessa più difficile, dovrebbero convivere Cina e Giappone e addirittura l’Australia. Per ora ne son fuori gli Stati Uniti (che si sono messi in moto per essere presenti al secondo incontro previsto a Manila) e resta una nebulosa il rapporto con l’Europa, anche se appare chiaro che c’è molta attenzione e simpatia verso il Vecchio continente.
In questo quadro l’Italia appare un po’ arretrata. Lo è sempre stata nell’ultimo secolo. Nell’Ottocento e ancor prima era paradossalmente più presente. Contavamo poco forse politicamente ma lasciammo una traccia con geografi, antropologi, sacerdoti che è ancora indelebile. Senza risalire a Pigafetta, che scrisse il primo dizionario malese, e senza scomodare Polo, si può pensare a Matteo Ricci o a Modigliani. Non l’Amedeo pittore dei lunghi colli ma Elio l’antropologo. In tempi recenti, si deve attendere la scoperta tardiva della Cina a cui i giornali italiani dedicarono attenzione soprattutto per i risvolti economici del famoso viaggio compiuto da Craxi con un nutrito parterre di accompagnatori. Ovviamente un ritardo si può colmare a patto che si voglia inaugurare una nuova epoca che ritenga strategico un impegno in Asia e dove si forgino nuove alleanze. In Europa prima di tutto intervenendo come e dove l’Europa è presente (nei team di monitoraggio dei processi di pace ad esempio) e pensando a iniziative (il centrodestra le aveva annunciate ma non ne ha fatto nulla) che all’estero e in Italia, coinvolgano università, associazioni, imprese. Un patto con e per l’Asia che finora è mancato.



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