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Tre dipendenti dell'italiana Saipem, tra cui un connazionale, sono stati rapiti ieri nella capitale della regione petrolifera nigeriana

Irene Panozzo

Venerdi' 12 Maggio 2006
La regione del Delta del Niger, nella Nigeria meridionale, torna a far parlare di sé. E lo fa nel peggiore dei modi, con il rapimento di tre dipendenti dell’azienda petrolifera italiana Saipem, parte del gruppo Eni. I tre, tra cui l’italiano Vito Macrina, sono stati rapiti ieri a Port Harcour, la capitale della regione petrolifera, mentre viaggiavano a bordo di un’auto scortata dalla polizia.
Questa volta il rapimento di dipendenti di una delle compagnie petrolifere straniere che operano nel sud della Nigeria non sarebbe opera del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend). A prendere le distanze da quanto successo è stato subito lo stesso gruppo ribelle, che con un comunicato inviato via e-mail alla Reuters ha dichiarato di essere estraneo ai fatti. Anche alla Farnesina, che si è subito attivata per seguire il caso, il rapimento viene definito “anomalo”, probabilmente dettato da “rivendicazioni commerciali”. In altre parole, alla base del rapimento ci sarebbe una disputa monetaria tra la comunità locale e la Saipem. Un fenomeno che non è certo nuovo per la zona e che di solito si risolve con un rapido accordo e una transizione economica.
Petrolio e povertà estrema, gruppi armati e rivendicazioni politiche, compagnie straniere e interessi nazionali: tutto questo si intreccia nelle paludi del Delta. Il cui sottosuolo racchiude la maggior parte delle riserve di petrolio e gas naturale della Nigeria, che con i suoi due milioni e mezzo di barili quotidiani è il primo produttore di oro nero dell’Africa e uno tra i più importanti paesi esportatori mondiali. A prova dell’importanza che il petrolio nigeriano riveste nel mercato internazionale c’è stata la reazione di ieri alla notizia del rapimento dei tre dipendenti Saipem. Il prezzo al barile si è subito alzato, arrivando a sfiorare i 74 dollari. E non è la prima volta.
Anche se non direttamente collegato all’attività del Mend, il rapimento di ieri si inserisce infatti in un clima di crescente tensione, che negli ultimi mesi ha fatto della regione petrolifera nigeriana un teatro di confronto spesso aspro tra le autorità federali e i gruppi ribelli locali. La regione non è mai stata tranquilla. Negli ultimi cinquanta anni la sua ricchezza ha attirato le grandi multinazionali degli idrocarburi. Oltre all’Eni, presente nella regione da quarantaquattro anni (prima solo con l’Agip e poi anche con Snamprogetti e Saipem), operano nel paese anche Shell, Chevron-Texaco, Total, Exxon-Mobil e Statoil, mentre la cinese Cnooc ha da poco firmato un contratto miliardario con il governo di Abuja. La ricchezza del sottosuolo non ha però mai portato a un miglioramento delle condizioni economiche della maggioranza della popolazione che vive nella regione del Delta. Le grandi compagnie si sono spesso sostituite allo stato fornendo i servizi essenziali che le istituzioni non riescono ad assicurare, con l’intento di guadagnarsi una licenza a operare nei modi preferiti.
Ma la strategia da qualche tempo non funziona più. A partire dall’inizio del 2006 la comparsa del Mend ha ulteriormente peggiorato un’instabilità ormai cronica. Alzando anche i toni dello scontro con le autorità nazionali e con le compagnie petrolifere. Non più o non solo rivendicazioni economiche, ma precise richieste politiche, a partire dalla richiesta di liberazione di alcune personalità della regione alla decisione di assumere il controllo delle risorse petrolifere della regione anche con l’uso della forza.
Che il Mend non scherzi lo si è visto subito, con gli attacchi alle postazioni della Shell e dell’Agip dello scorso gennaio. Le compagnie petrolifere non hanno preso sottogamba la minaccia. E hanno deciso non solo di evacuare almeno in parte il personale espatriato, ma anche di ridurre la produzione petrolifera. Che è calata di più del 20% nei primi mesi del 2006, per effetto diretto della minaccia dei ribelli. E con il risultato – altrettanto diretto – di contribuire ad alzare i prezzi del petrolio sui mercati internazionali.
Ma è al governo federale di Abuja che il Mend sta lanciando un messaggio. Al presidente Olusegun Obasanjo in particolare. La Nigeria sta vivendo infatti una delicata fase politica. Nel 2007 sono previste le elezioni presidenziali, a cui Obasanjo non potrebbe più presentarsi. A meno che non gli riesca di cambiare la costituzione come vorrebbe, cancellando il limite dei due mandati presidenziali. La cosa non piace agli stati musulmani del Nord. Ma non piace neanche al Sud petrolifero.

L'articolo è uscito oggi su Il Riformista



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