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AFGHANISTAN: QUANTO INVESTIAMO IN COOPERAZIONE 11/5/06

L’Italia ha erogato circa 220 milioni di euro. Il che equivale a circa due terzi di quanto il nostro paese spende in un anno per mantenere i soldati della missione Nato Isaf.

Gabriele Carchella

Giovedi' 11 Maggio 2006

Dalla caduta del regime talebano, l’Italia ha erogato circa 220 milioni di euro per la cooperazione in Afghanistan. La somma, fornita dalla Farnesina, equivale a circa due terzi di quanto il nostro paese spende in un anno per mantenere i soldati della missione Nato Isaf. Secondo il sito dell’ambasciata italiana a Kabul, le cifre finora versate sono ancora inferiori e supererebbero di poco i 163 milioni. Al di là dei contrastanti numeri forniti da ministero e ambasciata, rimane il fatto che in Afghanistan, come in Iraq, la maggior parte delle risorse sono destinate al mantenimento del contingente militare. La cooperazione viene dopo. Anche se in Afghanistan, l’impegno dell’Italia non manca. C’è però un elemento che lo rende sempre più difficoltoso. In inglese si chiamano Provincial reconstruction team (Prt). Si tratta di squadre di tecnici per la ricostruzione, che coordinano le loro operazioni con gli eserciti stranieri schierati sul territorio. Nel caso dell’Afghanistan, i tecnici civili sono sottoposti alle direttive dei vertici militari. E’ facile immaginare la confusione che tale modus operandi può generare agli occhi degli afgani: l’umanitario e il militare si mescolano producendo un mix letale che va a tutto svantaggio delle Ong, già alle prese con le innumerevoli difficoltà di un paese martoriato da decenni di guerra. “Gli afgani ci considerano esattamente come gli altri. La spazio dell’umanitario sta scomparendo, perché occupato da altri soggetti che non sono umanitari”, denuncia Nino Sergi, presidente di Intersos. “La commistione tra umanitario e militare ci sta uccidendo. Quando intravediamo questo rischio scegliamo di non intervenire, come è già accaduto”. La netta distinzione dai militari è quindi tra le priorità. Sono sei le Ong italiane presenti in Afghanistan, per un totale di un centinaio di operatori internazionali inviati sul terreno per contribuire alla rinascita del paese. A Kabul e Faryab è attiva Intersos, che sviluppa progetti anche in altre province attraverso spostamenti periodici. L’Ong si occupa del ritorno e della reintegrazione nel tessuto sociale di sfollati e rifugiati. Intersos collabora inoltre con le istituzioni afgane per la gestione delle famiglie più vulnerabili e per garantire acqua e igiene a tutti. Nel paese sono presenti anche il Cesvi, che concentra la sua azione sui corsi professionali e sullo sviluppo economico, e l’Aispo, che gestisce un ospedale a Kabul. L’Ong italiana che schiera il maggior numero di operatori internazionali – circa 80 - è Emergency, attiva a Kabul, Panchir ed Helmand. Considerando anche i locali, il personale di Emergency supera le mille unità. L’organizzazione capitanata da Gino Strada gestisce numerosi progetti, diversi ospedali e centri di soccorso. La lista delle Ong italiane comprende anche il Coopi, che opera a Nimroz e Kandahar nei settori dell’acqua e dell’igiene, e Alisei, presente a Herat. “E’ bene ricordare che lavorare in Afghanistan è sempre stato difficile”, spiega Sergi. “La morte dei due alpini italiani, in questo senso, non cambia lo scenario del paese”. Secondo il presidente di Intersos, è ancora possibile effettuare spostamenti sul territorio afgano, prendendo però le dovute precauzioni. Un’opinione condivisa da Emergency. L’Italia non si occupa solo delle emergenze umanitarie, ma anche dello sviluppo del nuovo stato afgano. La cooperazione italiana in Afghanistan si svolge infatti anche attraverso i programmi gestiti dalle Nazioni unite, che hanno il fine di rafforzare le nuove istituzioni. All’Italia, in particolare, è affidato il programma per la riforma del sistema giudiziario e la formazione dei giudici. Se ne occupa l’Ufficio italiano giustizia, nato nel 2003 e diretto dall’ambasciatore Jolanda Brunetti Goetz. L’Afghanistan è insomma un laboratorio che può insegnare molto agli specialisti di cooperazione. Un’esperienza che può tornare utile anche in Iraq, dove si potrebbero trovare soluzioni alternative ai famigerati Provincial reconstruction team.

Questo articolo è uscito oggi anche su il manifesto



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