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Com'è andato il summit di Sharm el Sheikh

Paola Caridi

Mercoledi' 4 Giugno 2003
Bush arriva a Sharm, e fa pace con gli arabi. O, almeno, con i suoi esponenti moderati. Questo è il primo, importante risultato per il presidente Usa, dopo il summit con i leader di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein assieme al premier palestinese Abu Mazen nella più famosa località balneare egiziana.
Breve vertice, quello di ieri a Sharm el Sheikh, appena mezz’ora di lavori formali tra i leader arabi e il capo della Casa Bianca, preceduta da un faccia a faccia senza delegazioni e seguita da una colazione di lavoro. Ma il risultato di principio è stato raggiunto. Gli arabi, dal padrone di casa Mubarak al più titubante principe saudita Abdullah, hanno dato il via libera alla “road map”, al tracciato di pace che Bush aveva già delineato esattamente un anno fa, nel suo discorso del Giardino delle Rose. Sì allo Stato palestinese entro il 2005, sì a una Israele sicura. E riguardo all’Iraq, relegato al secondo posto nella discussione, la richiesta di un governo scelto dagli iracheni e dell’unità del paese.
“Accogliamo la road map” ha detto il presidente egiziano, leggendo nel pomeriggio il comunicato comune dei leader arabi. Perché – ha aggiunto - parte dall’idea di “due Stati, Israele e Palestina che devono vivere in pace e in sicurezza”. L’”apprezzamento” arabo è fondato, soprattutto, “sul forte impegno personale del presidente Bush alla sua completa realizzazione”. Un impegno che, a questo punto, i leader moderati della regione ritengono una condizione indispensabile per premere su Ariel Sharon e su Israele perché accetti del tutto il piano di pace Usa.
Per l’impegno personale di Bush, ieri, i leader arabi hanno accettato a denti stretti alcune contropartite: anzitutto, la presenza del premier Abu Mazen al posto di Yasser Arafat, considerato ancora presidente riconosciuto dell’unica entità palestinese, l’Anp, con cui gli arabi hanno intenzione di avere contatti. Reiterando, poi, quel piano di pace che l’Arabia Saudita aveva fatto accettare al vertice della Lega Araba del marzo 2002, offrendo sicurezza e pace in cambio dei territori occupati nel 1967.
Nella lettura dei comunicati finali, Bush ha, dal canto suo, raccolto il testimone di Mubarak facendo della lotta al terrorismo il minimo comun denominatore di tutti i protagonisti del summit di Sharm. “Il terrorismo minaccia il mio Paese, gli Stati arabi, quello israeliano, e la nascita di uno Stato palestinese”. E, in effetti, anche i leader arabi – ancora scossi dagli attentati di Ryad e Casablanca - si sono affrettati a condannare il terrorismo “in qualsiasi forma, da qualsiasi parte o luogo, a prescindere da qualsiasi giustificazione o ragione”.
Pace fatta, insomma, tra Bush e i moderati arabi. E se è vero che anche l’immagine ha la sua importanza, il vertice di Sharm verrà ricordato per il piccolo viaggio che Bush ha fatto guidando in prima persona una macchinetta da golf, mentre al posto del “navigatore” sedeva Mubarak e, dietro, gli altri protagonisti del summit. Un modo, in sostanza, per dire che Bush ha tragettato gli arabi sulla sua proposta di pace in Medio Oriente. Ricevendo il benestare necessario per recarsi oggi, nella giordana Aqaba, a incontrare Mahmoud Abbas e Ariel Sharon e a porre realmente le basi della road map.
Se la foto di gruppo ha visto tutti sorridenti, però, questo non vuol dire che le quotazioni di Bush nell’opinione pubblica araba siano risalite di colpo. Anzi. L’America non è mai stato così invisa come in questo periodo, tra la gente. E le imponenti misure di sicurezza, a Sharm come al Cairo, mostrano solo una parte della realtà, quella della minaccia del terrorismo di Al Qaeda. Non mostrano, però, l’aperto fastidio che la stessa presenza del capo dell’amministrazione Usa a Sharm ha provocato nelle capitali della regione. Un fastidio che si è tramutato in aperta protesta a Gaza, dove sono sfilate centinaia di manifestanti aderenti per lo più a Hamas, con la richiesta ad Abu Mazen di condannare le dichiarazioni di Bush sul mare di Sharm.



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