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Vani i tentativi del presidente della Nigeria (nell'immagine) di ristabilire la tranquillità nella regione del delta del Niger, a Sudest del paese

Giulia Nucci

Venerdi' 21 Aprile 2006

Quando i due americani e il britannico addetti alla produzione del petrolio, rapiti a metà aprile e rilasciati a fine marzo, sono stati liberati, gli artefici del rapimento, i guerriglieri del Movimento per la liberazione del delta del Niger (Mend), hanno denunciato il loro successivo bersaglio: gli impianti petroliferi. Mercoledì notte si sono limitati a colpire con un’autobomba una caserma militare di Port Harcourt uccidendo tre persone. In una dichiarazione successiva all’esplosione, riportata dalla Bbc, hanno voluto precisare che si è trattato di un atto simbolico più che strategico.
Vani, dunque, i tentativi del presidente della Nigeria Olesegun Obasanjo di ristabilire la tranquillità nella regione del delta del Niger, a Sudest del paese. Le offerte di nuovi posti di lavoro e di funzionali infrastrutture non sono servite a placare l’ira dei guerriglieri del Movimento per la liberazione del delta del Niger, gruppo che da anni rivendica parte dei profitti derivanti dal petrolio.
Il presidente nel discorso inaugurale del consiglio per lo sviluppo socio-economico della regione, tenutosi martedì, ha annunciato una serie di progetti ambiziosi tra cui la creazione di 20.000 posti di lavoro e la costruzione di un’autostrada che costerà al governo federale 1 miliardo e 800 milioni di dollari. Ma la società civile è stanca di aspettare.
Sono passati una cinquantina di anni da quando le compagnie petrolifere hanno iniziato a sfruttare il territorio nigeriano aumentando incredibilmente i loro profitti. La Nigeria è ormai il principale esportatore di greggio del continente e l’ottavo produttore mondiale. Esporta in media più di due milioni di barili di petrolio al giorno, ma soltanto un numero ristretto dei circa 130 milioni di abitanti trae beneficio dall’industria petrolifera.
E’ un paese la cui problematica gestione non è mai stata risolta. Nella regione del delta del Niger la debole politica del governo federale ha spinto le imprese petrolifere a ovviare alla spaventosa carenza di infrastrutture, con ovvi tornaconti personali. Tuttavia spesso la creazione di servizi pubblici, come ospedali, o di impianti, come fabbriche per la lavorazione del pesce, si sono trasformate in ‘cattedrali nel deserto’, generando il malcontento e la disperazione di un popolo costretto non solo a vivere sotto la soglia di povertà, ma anche a riscontrare enormi sperperi di denaro intorno a sé.
La disperazione si trasforma in rabbia. Negli ultimi mesi il ritmo della produzione petrolifera nigeriana, scandito da manifestazioni violente, ha subito un rallentamento. Ammonta infatti a 500.000 barili (pari al 25% del totale) –ha dichiarato il 18 aprile il ministro del petrolio Edmund Daukoru- il crollo nella produzione giornaliera di oro nero del paese. L’instabilità della Nigeria è un elemento di inquietudine in un periodo in cui la tendenza al rialzo del prezzo del petrolio, alimentata dalla questione nucleare iraniana e dalla guerra in Iraq incrementano le fluttuazioni del mercato energetico, continua. Il Brent ha sfiorato i 74 $ al barile. L’oro nero è sempre più un bene di lusso. Ed è questo il contesto in cui si torna a parlare della Nigeria.



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