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Il bel libro di Franco Cagnetta che uscì come inchiesta su "Nuovi Argomenti" e che costò negli anni '60 l'esilio in Francia dell'autore

Lucia Sgueglia

Domenica 1 Giugno 2003
Aveva 28 anni Franco Cagnetta quando la sua "Inchiesta su Orgosolo", pubblicata in un numero monografico da “Nuovi Argomenti” - la rivista diretta da Moravia e Carocci - suscitò tanto scandalo in Italia da condurre il suo autore ad un processo, che lo spinse poi a trasferirsi in Francia, dal 1964, per fare ritorno in Italia soltanto negli anni ’70.
Era il 1954, e anche un rigoroso studio antropologico poteva scatenare un putiferio. A pochi giorni dalla pubblicazione, l'allora Ministro dell'Interno Scelba denunciò all'autorità giudiziaria sia Cagnetta che i direttori della rivista, per “reato di vilipendio delle forze armate” e “pubblicazione di notizie atte a turbare l'ordine pubblico” e chiese - ottenendolo - il sequestro della rivista. Fu l'inizio dell'esilio volontario dello studioso dall'Italia, ma anche della fortunata vicenda editoriale del suo lavoro sulla stampa estera: in Francia soprattutto, dove l'Inchiesta fu pubblicata con grande risonanza nel 1963 con la prefazione di Moravia. In Italia il percorso di Cagnetta fu molto più faticoso: solo nel 1975, su sollecitazione di Luigi Lombardi Satriani, la sua ricerca fu pubblicata da Guaraldi, in significativa coincidenza con la "riabilitazione" dell'autore, che fece ritorno in patria su invito dell'Università di Roma. Banditi a Orgosolo, in libreria adesso per la Ilisso di Nuoro, con una prefazione aggiornata e una documentata nota bio-bibliografica della nipote dell'autore, Paola D'Errico, è stato presentato in questi giorni a Roma nel quadro del Festival internazionale di Fotografia alla galleria “Il Cortile”, insieme alla mostra dell’amico e fotografo Franco Pinna “Zingari al Mandriane”.
Ma cosa conteneva di tanto scandaloso lo studio di Cagnetta? L'inchiesta, che raccoglieva i due saggi La disamistade di Orgosolo e La Barbagia e due biografie di barbaricini. Vita di Samuele Stochino, brigante di Sardegna, raccontata da sua sorella Genesia; Vita di Costantino Zunnui, pastore di Fonni, scritta da lui medesimo, era condotta secondo il metodo dell'“indagine partecipata”, cioè della ricerca antropologica sul campo, e presentava i materiali raccolti dallo studioso nel piccolo villaggio della Barbagia direttamente dalla voce delle famiglie che vi abitavano. Rappresentava una totale innovazione per gli studi antropologici italiani, fino ad allora privi del necessario rigore. Ma soprattutto, la Barbagia di Cagnetta irrompeva con straordinaria violenza nella quotidianità dell'altra Italia, quella ormai incamminatasi sulla via del progresso. Italia lontanissima dai monti barbaricini, che proprio in quegli anni sperimentava gli agi della Dolce Vita, ma che vedeva anche un gruppo di artisti, scrittori, fotografi e intellettuali interessarsi con enorme partecipazione ai temi sociali e alla vita delle classi “oppresse e sfruttate”. Cagnetta si muoveva in quella temperie culturale, e ne fu uno dei principali ispiratori.
È una Sardegna drammaticamente povera e arretrata, quella che emerge dalle pagine dell'Inchiesta. Ma è anche un mondo radicalmente altro, di una diversità irriducibile alla nuova identità nazionale in via di "istituzionalizzazione" a Roma; rappresenta un mondo che resiste all'assimilazione coatta, all'occultamento della propria alterità e problematicità da parte del potere centrale, al tentativo di omologazione e di normalizzazione di cui necessitava la nuova Repubblica del dopoguerra, che era tuttavia percorsa da asprissimi conflitti politici ed economici. La risposta fu una politica di sistematica repressione del dissenso. Lo stesso Cagnetta ci ricorda che il Nuovo Stato “si trovava di fronte al compito di unificare non soltanto economie e costumi moderni diversi, ma talvolta economie arcaiche e mondi ideologici precristiani”. Il fenomeno del banditismo, in particolare, che infestava fin dal periodo postunitario le regioni del Sud rischiando di mettere in crisi lo stesso apparato statuale, era un esempio di delinquenza repressa con brutale violenza dalle forze dell'ordine, nonostante le ben diverse dichiarazioni di principio che venivano fatte dai partiti al potere. Segno profondo di disagio, l'esperienza di briganti e fuorilegge, ma anche forma primitiva di rivolta sociale con forti valenze autonomistiche, e dunque pericolosa.
Ma la Sardegna di Cagnetta è anche un'“idea di Sud”: i lavori degli antropologi dell'epoca contribuirono a consolidare l'immagine di un Sud arretrato, percorso da istinti barbarici. Prese le mosse da lì quella forma di "meridionalismo” come trasfigurazione estetica e culturale del nostro Sud che oggi alcuni studiosi stranieri tacciano di "orientalismo", ottica che trasforma l'immagine di una regione secondo la lente dell'“esotismo”.



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