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CULTURA: FERDINANDO SCIANNA IN MOSTRA A ROMA 31/5/03

Trenta foto di una Sicilia che non esiste più

Anna Lombardi

Sabato 31 Maggio 2003

Trenta foto di una Sicilia che non esiste più, solo un piccolo assaggio della sterminata opera del fotografo Ferdinando Scianna. Un viaggio nella memoria di qualcosa di cui sono rimaste forse le forme e non la sostanza. Ma anche un viaggio nell’identità di chi indaga, ancora oggi, cosa vuol dire essere siciliani. Sono in mostra a Roma, nel loft trasformato in galleria di Valentina Moncada in Via Margutta 54, fino al 22 giugno, nell’ambito del più ampio FotoGrafia, festival internazionale voluto dal Comune di Roma e curato da Marco Delogu.
Una sintesi di due importanti progetti, il conosciutissimo “Feste religiose in Sicilia” e il più recente “Quelli di Bagheria”, annodano insieme un percorso che è autobiografico non solo per l’artista ma anche per la gallerista che lo ospita. “Sono nata a Roma, ho studaito a New York ma appartengo ad un’antica famiglia siciliana – racconta Valentina Moncada – e con la Sicilia ho sempre mantenuto un rapporto intenso. Ho organizzato delle mostre anche a Palermo. E a Bagheria, il paese di Scianna, c’è ancora la villa dei miei cugini, dove ho passato momenti incantevoli. Così quando si è trattato di trovare un artista da ospitare per il festival internazionale della fotografia, mi sono detta: non c’è bisogno di cercare dall’altra parte dell’oceano”.
La storia di Scianna è nota, ma vale la pena di ripercorrerla. Nato a Bagheria nel 1943, fotografa da autodidatta la Sicilia degli anni Sessanta, attraversata da enormi mutamenti culturali. L’incontro con Leonardo Sciascia e con le immagini di Cartier-Bresson portano al contrastato successo del suo primo progetto “Feste religiose in Sicilia” che, attaccato dalla Chiesa di allora, venne poi premiato come miglior libro fotografico del 1965. Quel lavoro fu il suo biglietto da visita quando, trasferitosi a Milano, fu assunto all’Europeo e divenne un noto fotoreporter: sarà il primo italiano a far parte dalla prestigiosa agenzia fotografica Magnum, la stessa di Capa e Cartier-Bresson.
“Quelli di Bagheria” è l’ultimo episodio, presentato per la prima volta lo scorso anno, di un percorso a ritroso nella propria storia personale e, contemporaneamente, di un paese che si è profondamente trasformato. Per quasi quarant’anni Scianna ha conservato in una vecchia scatola i negativi dei suoi primi scatti. Stampati, hanno riportato alla luce un mondo scomparso: volti e luoghi, ma anche la memoria di suoni e odori perduti. Ma i tempi, e i mezzi d’espressione, cambiano. Così alle foto si è aggiunto oggi un documentario, dove le immagini sono commentate dalla voce stessa dell’autore, che evoca cose perdute, come la vecchia ricetta della passata di pomodoro... Quelle voci, quei volti di una Bagheria, lontana nello spazio e nel tempo hanno dato un sapore magico alla cornice, unica per una notte, degli antichi mercati di Traiano, nel cuore di Roma, dove venerdì scorso è stato proiettato il documentario realizzato dal fotografo. Struggente. Eppure “non si tratta di nostalgia, sentimento molle, ipocrita”, ha detto lo stesso Scianna. “Io credo nella memoria. Ma non si ricorda solo per se stessi. Si ricorda per tutti”
Amico di alcuni fra i maggiori scrittori contemporanei – s’è detto di Sciascia, ma anche Borges e Montalban – Scianna ha sempre usato l’obiettivo e il bianco e nero per narrare storie, per riflettere su una realtà evanescente. La Sicilia che racconta è una Sicilia che esiste ancora, molti rituali e inflessioni sono rimasti tali, ma il sapore non è più lo stesso. “Il pubblico” racconta Valentina Moncada “si ferma a sognare davanti alle sue immagini quasi comiche, infantili, grottesche”. Le riproduzioni di quegli scatti di quarant’anni fa, oggi hanno un valore di mercato che può oscillare tra i 1000 e i 2500 euro. Eppure, per arrivare a tanto, quarant’anni fa, come molti altri, Scianna è dovuto andare via, ricostruendo la sua Sicilia a Milano prima, a Parigi poi. Ha raccontato in un’intervista qualche anno fa: “Fotografo perché era la cosa che mio padre poteva comprendere meno, con le mie immagini quel mondo volevo contestarlo, non certo celebrarlo”. Eredi? Dice Valentina Moncada: “La Sicilia è terra di grande creatività e talento. Ma Ferdinando è sempre stato innanzi tutto un fotoreporter, e artista solo incidentalmente, in seconda battuta. Oggi chi si avvicina alla fotografia vuol fare subito arte. E a prescindere dai risultati è l’estetica che vince sull’emozione”. Scianna, cui pochissimo importa che la fotografia sia o no arte, avrebbe già la risposta pronta: “Se non lo è”, ha detto una volta, “peggio per l'arte”.







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