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IRAQ, L'EXIT STRATEGY SECONDO PRODI 13/04/06

In un articolo pubblicato su "Le Monde", Romano Prodi annuncia di voler sostituire i militari italiani in Iraq con un contingente di civili per contribuire alla ricostruzione del paese. L'insicurezza che regna nel paese rende però complicata l'operazione. Soprattutto se quest'ultima non coinvolgerà risorse e competenze locali.

Gabriele Carchella

Giovedi' 13 Aprile 2006
Dopo la vittoria sul filo di lana, il premier in pectore Romano Prodi parla all’Europa e al mondo dalle pagine di un quotidiano straniero. In un intervento pubblicato ieri sul francese Le Monde, il professore delinea il suo programma di politica estera e ribadisce cosa ne pensa della questione irachena, scomoda eredità del governo Berlusconi. Il leader del centro-sinistra si ritrova a dover gestire la patata bollente del ritiro delle truppe italiane cercando di non inimicarsi la Casa Bianca, dove le reazioni al suo successo sono apparse a dir poco fredde. La condanna dell’invasione dell’Iraq è netta: “L’intervento in Iraq era ingiusto e ingiustificato: non si è trovata nessuna arma di distruzione di massa, la legittimità multilaterale non è stata mai sollecitata e, infine, lungi dal contrastare il terrorismo, la guerra ha contribuito solo ad esacerbarlo”. Prodi non sembra avere incertezze sul fallimento dell’operazione voluta dagli Usa. La condanna è però mitigata quando assicura che il ritiro avverrà in accordo col governo “legittimo” di Baghdad. Ma è il passaggio successivo a sollevare qualche interrogativo: “Invieremo un contingente civile incaricato di aiutare la ricostruzione delle infrastrutture e delle istituzioni irachene”. Forse è un messaggio all’alleato americano e agli elettori italiani per far capire che ritiro non significa né fuga né abbandono di un paese in difficoltà. Prodi sa però di sicuro che senza scorta armata gli occidentali in Iraq avrebbero poche probabilità di tornare a casa indenni. Per di più, le cronache di questi giorni rivelano l’esistenza in Iraq di squadroni della morte all’interno di alcune forze di sicurezza. La violenza è così abituale, che spesso la stampa in lingua inglese relega la sequela giornaliera di attentati in fondo agli articoli sotto la voce “in other developments”. La sicurezza è quindi ancora il problema numero uno nel paese, tanto che i primi a farne le spese sono proprio gli uomini della nuova polizia irachena. E a poco varrebbe mandare dei civili in Iraq se poi devono ricorrere alla protezioni di uomini armati fino ai denti. Agli occhi della popolazione, non c’è molta differenza tra il tecnico europeo e il soldato al suo fianco. La questione è insomma più sottile e riguarda l’esasperata sensibilità del popolo iracheno. Se dal nostro punto di vista, la distinzione tra civili venuti per ricostruire e militari arrivati per controllare ha ancora un senso, per gli iracheni non è più così. Il tecnico occidentale viene visto da tempo come un complice dei militari, un occupante senza divisa ma pur sempre un nemico. Chiunque collabori con Washington, anche nel settore civile, è un possibile bersaglio. Ciò vale in particolare per i paesi che hanno spedito le loro truppe nel dopoguerra. Fu per questo motivo che le Ong internazionali si videro costrette a rimpatriare il loro personale straniero e a operare dalla più sicura Amman. Orgogliosi e combattivi, gli iracheni, anche quelli felici per la caduta di Saddam, non hanno mai visto di buon occhio gli stranieri che calpestano il loro suolo col fucile in spalla. Certo, le poche righe scritte da Prodi sull’invio dei civili in Iraq non permettono di sapere cosa abbia in testa il professore. Il quale dichiara di voler rilanciare il multilateralismo e forse pensa a un nuovo modello di cooperazione che coinvolga gli attori locali e regionali. Per raggiungere questo scopo, sarebbe bene tener presente un elemento peculiare dell’Iraq. Per quanto la classe colta irachena sia stata falcidiata da una serie di esecuzioni in apparenza mirate, non mancano nel paese tecnici e ingegneri capaci di far funzionare centrali elettriche e raffinerie, di costruire strade e ponti. Molti di loro, rimasti senza lavoro, si guadagnano da vivere improvvisandosi tassisti o inventandosi qualche altro mestiere. Può così capitare che un iracheno che fino a poco prima sembrava un autista, riveli d’improvviso la sua identità facendo ripartire uno sgangherato gruppo elettrogeno. Il regime di Saddam ci teneva alla gestione della sua principale risorsa, il petrolio. E per questo aveva formato una classe di tecnici e ingegneri, alcuni dei quali avevano perfezionato i loro studi all’estero. In altre parole, l’Iraq non è paragonabile a certi paesi del terzo mondo dove mancano le competenze. Ma così come in molti si augurano l’effettivo passaggio dei poteri al prossimo governo iracheno, anche per la ricostruzione si dovrebbe tentare di coinvolgere le risorse locali.

L'articolo è stato pubblicato oggi sul Riformista



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