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Ritorno alla mano pesante verso i curdi da parte di Ankara, dove il premier Erdogan tenta la difficile quadratura del cerchio tra laicismo e potere dell'esercito, islam moderato e islamismo.

L. S.

Giovedi' 6 Aprile 2006
Si riaccendono i riflettori sulla questione curda nella Turchia che aspira all’Europa, e nel modo peggiore.

Tutto è cominciato a marzo nelle remote regioni orientali e meridionali del paese, in parte a maggioranza curda. Alla vigilia del Newroz, il tradizionale capodanno curdo che fino a qualche tempo fa non era permesso festeggiare pubblicamente. La possibilità di celebrarlo, insieme all’autorizzazione di trasmettere programmi radiotelevisivi in lingua curda, fa parte delle recenti “concessioni” del governo Erdogan alle minoranze scaturite dal processo di avvicinamento all’Europa. Tra le condizioni poste da Bruxelles ad Ankara per dare avvio a negoziati sull’accessione c’è da sempre, infatti, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Ma la scorsa settimana la situazione a est è precipitata. La scintilla è stata l’uccisione di 14 militanti del PKK– il Partito (separatista) dei Lavoratori del Kurdistan, che dagli anni ottanta conduce una lotta armata contro Ankara ed è bollato come formazione terroristica da Turchia, Usa e Ue – da parte dell’esercito. Il giorno dei funerali dei militanti a Diyarbakir la rabbia di un migliaio di manifestanti sfocia in scontro diretto con la polizia, e nei tre giorni seguenti in vera e propria guerriglia urbana tra 3000 giovani e giovanissimi scesi in piazza e le forze armate. Entra in campo l’esercito, con convogli militari e forze speciali antisommossa fatte confluire in massa nella zona. Bilancio finale pesantissimo: almeno dieci morti, tra cui anche tre bambini, centinaia di feriti e arrestati. Un ritorno alla mano pesante verso i curdi, dunque, da parte di Ankara. Non è finita: nel finesettimana violenza e sangue arrivano nel cuore della capitale Istanbul, con l’esplosione di due ordigni che fanno quattro vittime. E ieri, misteriosa esplosione nella sede del partito islamista moderato del premier Erdogan, Giustizia e Sviluppo, seguito da una bomba incendiaria contro il consolato turco di Parigi (tutti illesi). L’escalation di violenza è preoccupante, nel paese che sogna l’Europa. Ma che nella gestione delle crisi interne sembra aver fatto pochi progressi: le bombe sono state subito attribuite al Pkk, anche quella rivendicato dai “Falchi per la Liberazione del Kurdistan”, fantomatica formazione che il Pkk rinnega come un gruppo di “fuoriusciti”. L’Esercito, come sempre nelle crisi interne in Turchia, rialza la testa soffiando sul fuoco dell’allarme terrorismo o sul ‘pericolo islamista’ per invocare il ritorno a misure di sicurezza straordinarie, abolite nel 2002. Ma ora il governo paventa un inasprimento della Legge Antiterrorismo che richiama i bui anni Novanta, mentre procedono i rastrellamenti nell’est. Azioni che vanno inserite nel contesto del fragile equilibrio di poteri turco: in bilico tra laicisti, islamici moderati ed islamisti, e in un momento non facile per Erdogan, che dal suo insediamento tenta la difficile quadratura del cerchio con alterni risultati.

La linea dura, comunque, è messa in discussione da pochi politici: dopo una tempestosa seduta parlamentare in cui il premier ha promesso riforme economiche a livello locale ribadendo però che il governo non cadrà nella “trappola dei terroristi”, l’opposizione ha accusato l’esecutivo di “debolezza”. Allo stesso tempo però alcune Ong locali si indignavano per il silenzio sulla morte dei bambini e le troppe vittime, mentre molti giornali turchi portavano l’attenzione sul “vero problema curdo”: la questione sociale. Fatta di drammatica povertà e disoccupazione alle stelle, specie tra i giovani cresciuti in un clima di guerra perenne e violenza; di emigrazione forzata ed emarginazione sociale, di diritti negati e identità cancellata, che sarebbero “la causa principale del supporto popolare al Pkk” e delle violente manifestazioni di questi giorni. Il collegamento tra le esplosioni di Istanbul e le rivolte nell’est, del resto, è tutt’altro che scontato.

Dall’Europa, intanto, arriva una dura condanna: 50 eurodeputati di sinistra hanno inviato una lettera a Erdogan lamentando “le responsabilità delle autorità turche nella gestione della crisi attuale”, bocciando “la soluzione militare e violenta” del problema curdo che “ha portato alla morte di civili innocenti” e invitando a riaprire il dialogo.



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