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AXUM VS SCIENZA? L'OPINIONE DI VITTORIO COLIZZI 22/3/06

Il professor Vittorio Colizzi, immunologo dell’università di Tor Vergata, risponde all’articolo apparso sabato 18 marzo sul Manifesto, in cui si profila uno scontro sull’utilizzo dei contributi volontari italiani all’Unesco

Gabriele Carchella

Mercoledi' 22 Marzo 2006

“L’obelisco di Axum non può essere rimesso al suo posto con i soldi dell’Unesco. Per questo non c’è nessuna concorrenza sui fondi tra il programma ‘Family First Africa’ per la lotta all’Hiv e il restauro della stele”. Il professor Vittorio Colizzi, immunologo dell’università di Tor Vergata, risponde così all’articolo apparso sabato 18 marzo sul Manifesto, in cui si profila uno scontro sull’utilizzo dei contributi volontari italiani all’Unesco. Una tesi accreditata da fonti ufficiose della Farnesina, secondo cui i soldi destinati a finanziare il montaggio dell’obelisco restituito all’Etiopia potrebbero essere dirottati a favore del vaccino anti-Aids, rimandando così sine die l’innalzamento della stele. Un vaccino a cui, tra gli altri, lavora Colizzi, con l’obiettivo di permettere alle madri sieropositive di allattare al seno i loro piccoli senza contagiarli. “I fondi a disposizione dell’Unesco non possono essere impegnati per attività bilaterali e a elevata complessità ingegneristica quali la ristrutturazione dell’obelisco di Axum”, spiega Colizzi. “L’Unesco ha già chiarito questo aspetto, dando allo stesso tempo la sua disponibilità a contribuire al progetto italo-etiopico. Ma chiedendo che ad esso vadano fondi bilaterali. I fondi dell’Unesco sono infatti riservati a iniziative multilaterali”. Secondo il professore, insomma, entrambi i progetti si possono realizzare, ma per Axum i finanziamenti vanno cercati altrove. Perché allora al ministero degli Esteri qualcuno ha lanciato l’allarme sul possibile affossamento di Axum?

Evidentemente, nei corridoi della cooperazione non tutti sono bene informati sul corretto utilizzo dei fondi. Evitiamo di fare una guerra fra poveri: il restauro dello stele di Axum versus il vaccino neonatale contro l’Aids in Africa. Specialmente per una cifra - 900.000 euro - che è quasi una goccia di quanto spende la nostra Cooperazione e quasi nulla in confronto agli investimenti italiani in Etiopia. I problemi della cooperazione italiana sono altri. Come i due milioni e 400mila euro di fondi Unesco inutilizzati perché il governo non ha dato direttive sul loro utilizzo. La cooperazione italiana fa ormai acqua da tutte le parti. C’è una dispersione di fondi continua

C’è chi dice che i buoni auspici del sottosegretario Gianni Letta abbiano contribuito a facilitare il finanziamento del progetto contro l’Aids

Letta e io apparteniamo a due mondi diversi. Ci siamo incontrati a Palazzo Chigi, insieme ad altri scienziati, per discutere del programma per il vaccino. Ho molto apprezzato il suo interessamento per la battaglia contro l’Aids in Africa. Il nostro paese è ora il terzo contribuente al Fondo Mondiale contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria con circa 120 milioni di euro nel 2005

Perché l’Unesco, nata per promuovere educazione, scienza e cultura dovrebbe occuparsi della ricerca su un vaccino?

Come coordinatore scientifico del programma internazionale ‘Families First Africa’ ricordo che l’Assemblea generale dell’Unesco del 2004 ha approvato all’unanimità questo programma, che ha preso il via con un contributo italiano nel 2003. Uno degli scopi principali dell’Unesco è favorire lo sviluppo umano, salvaguardandone la diversità, da quella artistica e linguistica a quella genetica e culturale. Così, accogliendo il grido di dolore che Nelson Mandela ha lanciato a nome di tutti i popoli africani, l’Unesco ha ritenuto che il livello di sieropositivà delle donne africane, che in alcuni paesi raggiunge il 40%, e il tasso di mortalità di intere generazioni di neonati africani stia mettendo a rischio la diversità genetica e culturale dell’Homo sapiens in quel continente

Può fornire alcune cifre per quantificare il danno causato dal virus?

Si parla ormai di 50 milioni di vittime. Una stima che coincide con le vittime provocate da 400 anni di schiavitù africana. Il problema è che i neonati africani non rappresentano un target commerciale per le multinazionali farmaceutiche. Ancora oggi meno dell’1% dei bambini africani affetti da Aids viene trattato con i farmaci antiretrovirali già disponibili sul mercato. E’ quindi ovvio che la S di Scienza che appare nell’acronimo Unesco, che sta per United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, dà pieno mandato a questa organizzazione per affrontare il problema, anche se la sperimentazione clinica verrà eseguita nell’ambito delle attività dell’Organizzazione mondiale della sanità



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