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OBELISCO DI AXUM: LA STORIA INFINITA 18/3/06

Nuovi impedimenti, tutti nostrani, rischiano di procrastinare la stretta di mano definitiva tra Italia ed Etiopia

Gabriele Carchella

Sabato 18 Marzo 2006

Il monumento è ancora lì, impacchettato. Da quasi un
anno attende impaziente il giorno in cui potrà far di
nuovo bella mostra di sé. Ma per l’obelisco di Axum,
ex bottino di guerra italiano restituito all’Etiopia,
il fatidico momento rischia di allontanarsi. E con
esso il lieto fine di una vicenda che sembrava ormai
risolta dopo infinite vicissitudini. L’Etiopia non
c’entra. C’entrano invece l’Italia e i registi più o
meno occulti della sua cooperazione. Il nostro paese
potrebbe infatti effettuare una clamorosa marcia
indietro: i soldi che si pensavano destinati a tirar
su una volta per tutte il conteso obelisco, potrebbero
essere dirottati su un altro progetto. Invece di
accontentare Addis Abeba, alla Farnesina stanno
meditando di finanziare la sperimentazione di un
vaccino pediatrico per l’HIV made in Italy. A
caldeggiare l’operazione è nientemeno che l’eminenza
grigia del governo Berlusconi, il sottosegretario alla
Presidenza del consiglio Gianni Letta.
Ma procediamo con ordine. E’ il 25 aprile dell’anno
scorso. La terza e ultima parte dell’obelisco di Axum
torna in Etiopia accolta dai sorrisi del premier
Melles Zenawi, del presidente presidente della
Repubblica Girma Wolde Geogis e del Patriarca della
chiesa ortodossa Abuna Paulos. Le cronache raccontano
di una folla festante e talmente numerosa che la
polizia fatica tenerla a bada. Travolto
dall’entusiasmo, il discusso Zenawi dichiara il 25
aprile festa nazionale in coincidenza con la festa
della liberazione italiana. La folla canta, balla e
grida “viva l’Italia, viva l’Etiopia!”. L’ambasciatore
italiano Guido La Tella firma il passaggio di
proprietà del monumento e dichiara che l’ex stele
della discordia ora “rappresenta l’amicizia eterna tra
l’Italia e l’Etiopia”. La querelle su Axum può dirsi
dunque finita? Non proprio. Per rimontare l’obelisco
servono ancora un po’ di quattrini. Qualcuno dice
circa tre milioni di euro. Buona parte di questi
potrebbero essere ricavati dai contributi volontari
versati lo scorso anno dall’Italia nelle casse
dell’Unesco, l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la
scienza e la cultura. Su questi soldi il nostro
governo può infatti esercitare la cosiddetta
ventilazione, indicare cioè per quali progetti
desidera siano spesi i suoi fondi. Non sembrano
esserci quindi problemi particolari, anche perché il
progetto esecutivo per raddrizzare la stele è ormai
pronto. Ma nell’operazione amicizia tra Roma e Addis
Abeba accade qualcosa di imprevisto. Per qualcuno, i
contributi all’Unesco potrebbero essere spesi per un
altro progetto che con il primo non ha nulla a che
vedere. Il risarcimento morale e materiale all’ex
colonia italiana può insomma attendere. Nei corridoi
della Farnesina la notizia circola già: il
sottosegretario Letta sta sponsorizzando il progetto
“Family First Africa”, che ha l’obiettivo di
sviluppare un vaccino per i bambini nati da madri
sieropositive per permetter loro di essere allattati
al seno senza rischiare il contagio. Nulla da dire
sulle finalità del progetto, che coinvolge la World
Foundation for Aids Research and Prevention,
l’Istituto di virologia di Baltimora e l’università
romana di Tor Vergata. Si potrebbe anzi argomentare
che la salvaguardia della vita venga prima della
conservazione dei monumenti.
Sono altri gli aspetti che fanno storcere il naso. In
primis, la cooperazione italiana appare ancora una
volta obbedire alla legge delle amicizie personali più
che a linee politiche di ampio respiro. Uno dei
ricercatori coinvolti nel progetto è infatti
l’immunologo dell’università di Tor Vergata Vittorio
Colizzi, che i bene informati dicono essere molto
amico di Letta. A questo proposito, c’è da chiedersi
quale sia la reale autonomia dei vertici della
cooperazione italiana. In secondo luogo, non è ben
chiaro perché l’Unesco, che ha il compito di
salvaguardare il patrimonio culturale dell’umanità,
debba finanziare sperimentazioni mediche. C’è poi chi
crede che la vicenda dell’obelisco di Axum, trafugato
nel lontano 1937, debba essere chiusa al più presto
senza lasciare il lavoro incompiuto. Anche perché il
braccio di ferro sul monumento si trascina da più di
mezzo secolo. Basti pensare che il trattato di pace
tra Italia ed Etiopia del 1947 già prevedeva il
ritorno della stele in Africa entro 18 mesi.
Restituita la stele, come più volte promesso
dall’Italia negli ultimi anni, manca ora solo l’ultimo
atto. Che qualcuno vorrebbe però rimandare. Anche
quando si muove in favore di cause nobili, insomma, il
governo italiano lo fa in maniera goffa e stabilendo
con metodi molto personali le sue priorità.

L'articolo è uscito su Il manifesto



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