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LA SOCIETA' CIVILE TASTA IL POLSO ALLA COOPERAZIONE: UN DISASTRO 17/03/06

Gli addetti ai lavori chiedono a gran voce una riforma radicale. Una sfida durissima per il governo che verrà.

Junko Terao

Venerdi' 17 Marzo 2006

Il giudizio della società civile sulla cooperazione italiana è unanime e negativo. In cinque anni di legislatura nulla è stato fatto per tener fede agli impegni presi a livello internazionale. Così, alla vigilia del 9 aprile, arriva dal basso una voce forte e decisa che chiede alla futura leadership del paese una riforma radicale. Una politica non solo inesistente ma distruttiva ha lasciato un cumulo di macerie, come hanno dimostrato i tagli ai contributi volontari alle principali agenzie Onu, di cui si è occupato il manifesto. Lo affermano esperti e rappresentanti delle Ong riuniti ieri a Roma nel seminario “Proposte della società civile per la cooperazione internazionale dell’Italia”. Il Cespi (Centro studi di politica internazionale) ha convocato Actionaid International, Cisp, Lunaria, Movimondo, Reorient/Rete Lilliput, Ucodep, Vis e Wwf, e numerose altre organizzazioni.
Tutti concordi nel denunciare una situazione gravemente malata, che necessita di un intervento radicale da parte del governo che verrà. Ci sarà da faticare per il rilancio e la riforma della cooperazione: l’Italia berlusconiana, infatti, è all’ultimo posto fra i paesi donatori del Comitato per l’assistenza allo sviluppo (Dac), creato nell’ambito dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Una sfida durissima, dunque, viste le disastrose condizioni in cui il governo ha ridotto la cooperazione italiana, rischiando di lasciare l’Italia ai margini della campagna del Millennio. Secondo il Dac, l’Italia ha di fatto ignorato gli Obiettivi del Millennio, eppure il sostegno alla sanità e la lotta contro la povertà erano fra i “buoni propositi” del governo negli ultimi cinque anni. Peccato sia sempre mancata corrispondenza tra promesse sbandierate e finanziamenti elargiti. Le accuse sono chiare: carenza di fondi, assenza di una strategia politica della cooperazione, scarsa efficienza della macchina burocratica e del sistema di monitoraggio degli aiuti. Ma anche grave mancanza di un’etica nell’operato del governo, dato che penalizzare la cooperazione allo sviluppo significa anche ridurre gli aiuti umanitari.
Diverse le idee sulla struttura che, a livello istituzionale, dovrà gestire la cooperazione. L’Associazione delle Ong italiane propone di istituire, all’interno della Farnesina, un viceministro per la Cooperazione allo sviluppo, con delega per l’attuazione delle politiche del Parlamento e la gestione delle risorse. Secondo Luca De Fraia di Actionaid, la cooperazione, il cui obiettivo principale dovrebbe essere costruire una sorta di “welfare globale”, dovrebbe slegarsi dalla politica estera ed essere gestita da un ministero ad hoc, come già accade in Gran Bretagna, Spagna e Germania. Altre ipotesi: creare un’agenzia governativa o affidare la gestione al presidente del Consiglio. Per dire che una cosa è certa: così non va.
Per fortuna, a risollevare il morale degli addetti ai lavori, è intervenuto Giuseppe Deodato, il Direttore generale della cooperazione allo sviluppo, ancora in carica. Solo cinque minuti per dire che, prima di definire “catastrofica” la situazione italiana, sarebbe opportuno verificare se le organizzazioni internazionali che ricevono anche soldi italiani lavorano bene (probabilmente riferendosi a Undp, Fao o Unicef, cui il governo ha tagliato i fondi). A suo parere, comunque, una riforma che snellisca le norme per la gestione dei fondi, per quanto esigui, è necessaria. Sugli sperperi per la ristrutturazione del suo ufficio (tre milioni di euro), ovviamente nessun cenno.
L'articolo è apparso su Il manifesto



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