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A pochi mesi dalle elezioni, il candidato di centro-sinistra Andrés Manuel López Obrador (nella foto) mantiene la testa nei sondaggi. Nella corsa a cinque per la poltrona presidenziale, gli unici rivali sono Felipe Calderón e Roberto Madrazo Pintado. Anche il Messico intravede una svolta a sinistra, mentre riappare sulla scena il "delegato zero" Marcos.

Gabriele Carchella

Venerdi' 17 Marzo 2006
Un messia, due peccatori e due uomini di famiglia. I protagonisti della corsa elettorale messicana hanno già le loro etichette. Il copyright è dell’analista Fred Alvarez Palafox, convinto che il voto di cattolici e cristiani sarà determinante per la vittoria nel voto del 2 giugno. E non può essere altrimenti, visto che i cattolici sono l’89% della popolazione. Per rendere il quadro più completo, al quintetto si può aggiungere Marcos, il guerrigliero mascherato che si diletta con la scrittura e fuma la pipa. Ma cominciano dal messia. Originario dello stato di Tabasco, Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, è il favorito per la poltrona di presidente e potrebbe essere il protagonista di un’ulteriore virata a sinistra dell’America latina. Ha l’età giusta, 56 anni, e può vantare un cursus honorum di tutto rispetto. Ex sindaco di Città del Messico, la sua carriera politica comincia trent’anni fa, quando entra nelle fila di quel Partido revolucionario insitucional (Pri) che ha egemonizzato la scena politica messicana del secolo scorso. La sua militanza nel Pri finisce però alla fine degli anni Ottanta, quando entra nel Partido de la Revolución Democrática (Prd), sorto da un’ala dissidente del Pri. Amlo si presenta al voto all’interno della coalizione Por el bien de todos, che comprende oltre al Prd il Partido del trabajo e Convergencia. .I sondaggi lo danno in vantaggio e le sue vicissitudini politiche gli donano le stimmate del predestinato. L’ultima persecuzione Amlo l’ha subita poco tempo fa. Al culmine della popolarità come amministratore del distretto di Città del Messico (per i messicani, semplicemente Df, Distretto federale), i suoi avversari hanno provato a farlo fuori dalla elezioni per le vie legali, incolpandolo di non aver ubbidito a un ordine giudiziario. La vicenda si è svolta negli ultimi due anni e la sua memoria è ancora viva. Secondo la procura della repubblica, Amlo era colpevole di non aver fermato la costruzione di una stradina di accesso a un ospedale di Santa Fé. I lavori non dovevano procedere perché il terreno sarebbe stato espropriato illegalmente. Un’insignificante strada avrebbe dunque potuto fermare la corsa presidenziale di un leader in ascesa? Proprio così, perché per il solo fatto di essere sotto processo Amlo non avrebbe potuto registrarsi come candidato. Le manifestazioni popolari, con milioni di persone scese in piazza e il rischio di una deriva incontrollata delle proteste hanno però condotto al ritiro dell’accusa. Anche perché la tensione tra il sindaco della capitale e il governo del presidente Vicente Fox era ormai giunta a un livello intollerabile, con il rischio di un effetto boomerang per lo stesso Partido de acción nacional (Pan) al potere. L’incriminazione di Obrador resta comunque il peccato originale delle elezioni messicane e l’asso nella manica dell’ex sindaco di Città del Messico. Ma questa è solo l’ultima delle battaglie combattute da Amlo. Nel 2004, Obrador ha visto alcuni suoi vicini collaboratori coinvolti in un presunto scandalo di corruzione con tanto di video compromettenti e per ben due volte (1988 e 1994) ha perso le elezioni per diventare governare il suo stato di Tabasco, denunciando poi con forza le presunte frodi degli avversari. Chi lo appoggia ricorda il successo delle sue politiche in materia di scuola, sanità, casa e terza età mentre era alla guida del Df. Una strategia che gli è valsa un consenso crescente tra i suoi concittadini, che ha superato addirittura il 90%. I suoi slogan sono “Per il bene di tutti, prima i poveri” e “Onestà coraggiosa”. Si dichiara seguace di Benito Juárez, presidente progressista messicano del diciannovesimo secolo, e ha presentato il suo programma in 50 “impegni” che prevedono servizi sociali gratuiti, il pagamento del “debito storico con le comunità indigene”, istruzione per tutti, pensioni sociali minime e fine delle disuguaglianze. I suoi detrattori lo paragonano al presidente venezuelano Hugo Chávez e lo accusano di populismo.
Ma chi tenta di sbarrare la strada ad Amlo? Il primo sfidante è Felipe Calderón, candidato del Pan del presidente Fox, a cui la legge messicana impedisce di ripresentarsi alle elezioni. Sposato e con tre figli, secondo Palafox è un “uomo di famiglia”. I sondaggi gli attribuiscono cinque punti circa di svantaggio rispetto a Obrador. Non sarà facile per lui succedere a Fox, che secondo molti osservatori non è riuscito a ridurre la povertà e ha seguito una linea ambigua in politica estera, dimostrandosi troppo filo Usa su questioni come l’Alca, l’accordo di libero commercio voluto da Washington e inviso ai governi di sinistra latinoamericani. Tra questi il Venezuela di Chávez, con cui Fox ha pessimi rapporti. Il presidente messicano ha però fatto sentire la sua voce sulle contromisure prese dalla Casa bianca per fermare l’esodo di messicani. Sono migliaia, infatti, quelli che ogni anno attraversano clandestinamente la frontiera settentrionale in cerca di fortuna negli Stati uniti. Del resto, il problema dell’immigrazione illegale messicana negli Stati uniti ha assunto proporzioni impressionanti. Secondo la Bbc, sono circa 10 milioni i messicani residenti negli Usa, quattro milioni dei quali illegali. Per le autorità di frontiera Usa, ben 415 persone sono morte tra il 1 gennaio e il 30 settembre nel 2005 mentre cercavano di attraversare il confine tra Usa e Messico. Secondo l’opposizione, la migrazione di massa verso il Nord è un chiaro segnale dell’insuccesso delle politiche di Fox. L’azione del suo governo, per di più, si è indebolita dopo la batosta subita dal Pan nelle elezioni parlamentari di medio termine del 2003.
Dopo Amlo e Calderón ci sono tutti gli altri, senza molte speranze di vittoria. Terzo nella classifica dei sondaggi è Roberto Madrazo Pintado, candidato del Pri e “peccatore standard” perché sposato in seconde nozze. E’ distanziato di almeno dieci punti da Amlo, che sconfisse nelle elezioni per lo stato di Tabasco nel 1994. Questa volta le sue possibilità di successo sono ridotte e l’ex partito del potere dovrà probabilmente abdicare per la seconda volta nella sua storia: mai un candidato del Pri era partito senza i favori del pronostico. Secondo la sinistra messicana, si tratta di un “dinosauro formato nell’esercizio autoritario del potere”. Accusato senza prove di arricchimento illecito, rappresenta la scelta conservatrice e l’estremo tentativo di rinverdire i fasti del Pri. In coda nei sondaggi sono infine i candidati di due partiti nuovi di zecca. Il primo è Roberto Campa di Nueva alianza: ex Pri, “uomo di famiglia”, “prototipo di cattolico” e sposato con figlie. Il secondo è Patricia Mercato, candidata del Partido Alternativa Sociademócrata y Campesina (Pasc). Unica donna di questa corsa elettorale ed ex teologa della liberazione, è una “peccatrice” favorevole all’aborto e contraria alle incursioni della chiesa nelle questioni politiche. Fin qui i candidati ufficiali. Ma c’è un altro protagonista che partecipa a modo suo alla campagna elettorale. Dopo aver trasformato il suo esercito zapatista in un movimento politico, Marcos ha rinunciato al grado di subcomandante assumendo il titolo di “delegato zero”. Non correrà per la poltrona di presidente come alcuni avevano suggerito, ma percorrerà tutta la nazione partendo da San Cristobal de la Casas, dove aveva iniziato la sua rivoluzione armata. Viaggia a bordo di una motocicletta e per questo lo hanno paragonato a un garzone che consegna pizze a domicilio. Battute a parte, Marcos ha già annunciato la sua “campagna alternativa” che sarà più a sinistra di Obrador e come sempre a fianco degli indigeni: “Ascolteremo la gente nei luoghi in cui lavora e dove è sfruttata”.

L'articolo è apparso sul numero di marzo di New Politics, inserto mensile del Riformista



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