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DIGHE E COOPERAZIONE, CON IL MARCHIO SALINI 05/03/06

Dall'Etiopia del faraonico progetto sul Tana-Beles, nato agli albori della cooperazione italiana, alla diga di Bumbuna, in Sierra Leone

Emanuele Giordana

Domenica 5 Marzo 2006
In origine fu Tana Beles, la madre di tutte le ambiziose idee nate agli albori della cooperazione italiana. Al costo di circa 450 miliardi di vecchie lire, il progetto faraonico dell’Etiopia del Nord intendeva bonificare la valle del Beles, renderla abitabile per 80 mila persone, costruire invasi e una nuova città. Ma quel che ne resta oggi, come ha detto al Diario in una recente inchiesta un vecchio cooperante, sono “…erbacce, distributori Agip abbandonati, dighe costruite per l’irrigazione mai entrate in funzione, abbandonate e a rischio di cedimento». Pare che siano diventate un brodo di coltura per zanzare, piaga antica non solo africana.
Ad aggiudicarsi i lavori fu la Salini costruttori, che fece anche causa al governo italiano ottenendo nel 1998 un risarcimento di oltre 30 miliardi di lire per ritardi, crediti residui e altro. Gli inviati in loco della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla cooperazione, citati da Nigrizia nel marzo ‘96, trovarono cimiteri di trattori, dighe abbandonate, magazzini cadenti e scrissero che nel Tana-Beles “è stato commesso un vero e proprio delitto contro i popoli etiopico e italiano” con scelte perlomeno “illogiche”. Secondo diversi parlamentari italiani, oggi nel Beles non vi è quasi nulla che funzioni.
Eppure Salini costruttori, inossidabile società romana, il suo lavoro lo sa fare e come. Basta scorrere la lista dei progetti eseguiti in capo idroelettrico, dallo Zimbabwe all’Uganda passando per la Giordania. Ha sessant’anni di esperienza nella costruzione di dighe, strade, ferrovie, acquedotti, gallerie e filiali dalla Bulgaria alla Cina, dall’Etiopia alla Sierra Leone. I progetti in corso, oltre al Gilgel Gibe II, riguardano infatti anche una diga a Bumbuna, Sierra Leone.
La Salini, che è una ditta privata e non un ente benefico, si occupa però solo del prodotto, non della destinazione d’uso. Se il suo obiettivo è il profitto, realizzato spesso attraverso il contributo pubblico, non si preoccupa (ma noi dovremmo farlo) se la diga rende i sierraleonesi più ricchi o più poveri. A Bumbuna la diga si è trasformata in un'altra voragine per il contribuente dovuta alle lungaggini causate dalla guerra, quando il cantiere fu abbandonato. E mentre la Salini lo faceva proteggere da mercenari sudafricani, le opere si fermarono. Adesso i lavori alla diga – alta 87 metri con un volume dell’invaso di oltre 410 milioni di m³ - sono ripartiti ma non sono ancora conclusi. La semi inaugurazione del grande invaso è stata avviata l’anno scorso con un viaggio comitiva di giornalisti e parlamentari. Ma se la Salini aveva fornito in una rapida lezione di engineering tutti i dati tecnici relativi alla grande opera, nessuno era in grado di rispondere alla domanda più ovvia. Una volta finita la diga e la centrale di produzione di energia, chi pagherà i costi che gravano sulla Sierra Leone? Una soluzione potrebbe essere quella di condonarli ma non sembra questa la strada. Gli ultimi finanziamenti dovrà pagarli la Sierra Leone, anzi i suoi abitanti. Con la bolletta della luce. E visto che gli africani tendono a non pagare, gira addirittura la voce di contatori a gettone. Niente moneta? Si resta al buio.

L'articolo è apparso oggi su il manifesto



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