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STATO D'EMERGENZA A MANILA 25/02/06

Dopo un massiccio corteo di protesta nelle strade della capitale (oltre 5mila persone), e dopo le voci di un golpe sventato dalle forze dell’ordine, la presidente Gloria Macapagal Arroyo ha dichiarato lo stato di emergenza

Fernando Amaral

Sabato 25 Febbraio 2006

Scossone politico a Manila: dopo un massiccio corteo di protesta nelle strade della capitale (oltre 5mila persone), e dopo le voci di un golpe sventato dalle forze dell’ordine, la presidente Gloria Macapagal Arroyo ha dichiarato lo stato di emergenza. Le strade di Manila sono disseminate di militari e di posti di blocco, ma la tensione non cala e le manifestazioni non accennano a placarsi, nonostante la dura reazione della polizia che presidia i palazzi della politica.
A una settimana dal disastro naturale dell’isola di Leyte – che aveva concentrato sui soccorsi l’attenzione dei media, delle istituzioni e delle forze sociali – è tornata in primo piano la politica nella nazione del sudest asiatico che, da circa un anno, vive una crisi politico-istituzionale, e una conseguente stagnazione economica, che non promettevano nulla di buono. Il malcontento popolare si trascina da mesi, e il terminale della protesta è proprio la presidente Arroyo, eletta nel 2004 con un mandato sessennale, ma al vertice già dal biennio precedente, essendo subentrata all’ex presidente Joseph Estrada, in seguito a una rivolta popolare. Nel 2005 la Arroyo ha subito pesanti accuse di corruzione e brogli elettorali, ha evitato per un soffio l’impeachment (in Parlamento il Lakas, il suo partito, che detiene la maggioranza, l’ha salvata), ma la sua credibilità interna è stata pesantemente intaccata, e la sua figura ne è uscita fortemente indebolita sul piano internazionale. E l’intera nazione ha risentito di questa situazione, a livello economico (degradazione delle maggiori agenzie di rating e fuga degli investitori esteri), e a livello sociale (disoccupazione all’11%, crescita della povertà). Condizioni esplosive, dunque, che lasciavano presagire una stagione di instabilità che, nel caso delle Filippine, si può a ragione definire cronica.
L’occasione per manifestare il malcontento era davvero ghiotta: il ventesimo anniversario della fine della dittatura di Ferdinando Marcos (23 febbraio 1986), estromesso grazie a una storica rivoluzione popolare nonviolenta, la People power, denominata anche Edsa, acronimo della Epifanio de los santos avenue, l’arteria principale di Manila, dove si riversò la popolazione filippina per manifestare la propria sfiducia verso il dittatore. Fu, quella, una pagina politica intrisa di ideali di libertà e democrazia, di cui il popolo filippino va giustamente orgoglioso. Fu il frutto di una coscientizzazione popolare che avvenne, negli anni, in modo capillare e che aprì una nuova fase nella storia recente del paese: con il governo di Corazon Aquino si dotò di una nuova Carta costituzionale tuttora in vigore. Il punto è che quella formula (di fatto la sostituzione di un presidente tramite una rivolta popolare) è stata rinverdita e riutilizzata nel 2001 quando sull’onda dell’Edsa2, è toccato a Joseph Estrada (non uno stinco di santo) cedere il passo al nuovo volto della politica filippina, la ragazza della buona borghesia Gloria Arroyo, con studi all’estero e il potente appoggio dell’allora cardinale di Manila Jaime Sin, molto importante in un paese all’85% cattolico, dove la chiesa rappresenta un’istituzione tradizionalmente molto influente.
Quello che si teme ora, notano gli osservatori più acuti, è la strumentalizzazione della People power, che alcuni settori della politica e dell’esercito potrebbero utilizzare con calcolo (facendo leva sulla difficile situazione sociale ed economica) per cercare di liberarsi della Arroyo e impadronirsi del potere. Sembrano infatti implicati, nel tentativo di golpe attuato e sventato nei giorni scorsi, personaggi legati all’ex presidente Estrada come il generale Danilo Lim, comandante del reggimento Scout Rangers, agli arresti con altri alti ufficiali.
In un paese stremato dalle insurrezioni e dalle rivolte (Cory Equino subì sette tentativi di golpe, la Arroyo già uno nel 2003), le ragioni dell’instabilità sono da attribuire soprattutto alla mancanza di governance, di buon governo, e all’altissimo taso di corruzione che paralizza la vita pubblica: secondo l’osservatorio indipendente Transparency International, le Filippine sono i fra i paesi più corrotti al mondo, navigando al 117° posto nella classifica del 2005.
Secondo alcuni analisti, il sistema politico attuale (sul modello americano) non è in grado di espletare le funzioni di uno stato moderno e, lasciando il potere in mano a poche famiglie ricche e influenti, continua a generare malcontento popolare.
Secondo altri, la Arroyo, proclamando lo stato di emergenza, ha “passato il rubicone”, ponendosi sulla scia proprio di Marcos (prima legittimamente eletto, poi divenuto dittatore, imponendo la legge marziale), e inimicandosi irrimediabilmente la popolazione che, per almeno il 40%, vive sotto la soglia di povertà. Un punto di non ritorno, che potrebbe avere sviluppi imprevedibili.

L'articolo è uscito su il manifesto oggi in edicola



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