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Il 21 febbraio scorso a Keren alcune centinaia di giovani sono stati prelevati dalle loro scuole e arruolati a forza nell'esercito. Contemporaneamente anche a chi è già in congedo viene chiesto di presentarsi presso i campi di addestramento o gli uffici del governo

Giovanna Marin e Barbara Yukos

Sabato 25 Febbraio 2006

Finalmente la questione eritrea è arrivata due giorni fa nel centro di Roma. E lo ha fatto con due appuntamenti di segno opposto, stranamente previsti in contemporanea. Mentre all’Eur si celebrano le bellezze paesaggistiche e archeologiche del piccolo paese del Corno d’Africa, in una mostra fotografica che presenta immagini di alcuni dei “gioielli” eritrei (dalle isole Dahlak alle città di Asmara e di Keren), a qualche chilometro di distanza la provincia di Roma ospita una conferenza stampa sulla grave situazione dei diritti umani nell’ex colonia italiana. La deriva autoritaria del regime di Isayas Afeworki riporta gli stessi luoghi ritratti nelle foto della mostra al centro delle cronache. Ma per argomenti decisamente meno piacevoli.
A Keren, il 21 febbraio scorso, alcune centinaia di giovani sono stati prelevati a forza dalle classi dove stavano seguendo le lezioni. Per essere costretti ad arruolarsi nell’esercito nazionale e spediti, con ogni probabilità, al confine caldo con l’Etiopia, dove pare che l’Eritrea abbia ripreso ad ammassare truppe in vista di una possibile recrudescenza del conflitto con l’imponente vicino.
Secondo le notizie filtrate da Keren, non sono stati solo gli studenti a essere stati costretti ad abbandonare scuola e casa per finire al fronte. Il giorno seguente sono state portate via anche le donne sposate ma senza figli o con figli piccoli. Un’operazione organizzata a regola d’arte: poco prima della retata, la copertura di rete dei cellulari è stata sospesa. E Keren è rimasta isolata per più di quattro ore.
In realtà non si trattava proprio di una mossa a sorpresa. Il reclutamento coatto era stato annunciato su manifesti affissi per le strade della città. È il nuovo mezzo di comunicazione adottato dal governo un po’ in tutto il paese e ultimamente preferito ai messaggi diffusi via radio o televisione. La stessa cosa infatti è successa nei giorni scorsi anche ad Asmara, dove i dipendenti del ministero degli esteri, anche quelli già congedati, sono stati invitati a presentarsi al campo di addestramento militare di Sawa, poco lontano dalla capitale. Un posto conosciuto da tutti, sia dagli eritrei che vengono arruolati, sia da quelli che riescono a sfuggire al servizio militare, che è obbligatorio per uomini e donne dai 17 ai 40 anni.
Pare evidente che il governo stia facendo il possibile per rimpolpare l’esercito, reclutando a forza i giovani o richiamando in servizio i più anziani. A confermarlo, anche fonti diplomatiche occidentali e dell’Onu presenti nel paese. Alle ambasciate e alle organizzazioni internazionali il governo ha chiesto di compilare una lista con tutti i nomi del personale locale. Tra questi, molti hanno già terminato il loro servizio militare. Ma anche a loro è stato chiesto di presentarsi al più presto agli uffici del governo. “Potrebbe trattarsi di una sorta di censimento”, ha dichiarato un diplomatico, “per verificare quante sono le persone che possono essere richiamate alle armi”. Per chi si rifiuta, c’è la detenzione in prigioni segrete, moltiplicatesi negli ultimi anni. Tra le varie “mete”, c’è anche (sembra) l’arcipelago delle Dahlak, nel Mar Rosso al largo della costa eritrea. Paradiso dei sub, ma inferno per chi ci capita per altre ragioni.
Che la situazione politica dell’Eritrea sia seria è evidente anche da quello che è successo in coda alla conferenza stampa dell'altro pomeriggio a Roma. I nervi sono saltati e si è passati agli insulti tra filo-governativi e critici del regime. A dimostrazione che l’asfissiante clima politico di casa fa sentire i suoi effetti anche a migliaia di chilometri di distanza.

L'articolo è apparso oggi su il manifesto



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