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LEYTE SOTTO UNA MAREA DI FANGO 18/2/06

Alle 10.45 di ieri (ora locale, le 3 di notte in Italia) ha travolto e sepolto un villaggio rurale alle porte di Saint Bernard, cittadina del sud dell'isola nelle Filippine centrali

Gaia Vendettuoli

Sabato 18 Febbraio 2006



Si continua a scavare sotto il mare di fango rossastro che alle 10.45 di ieri (ora locale, le 3 di notte in Italia) ha travolto e sepolto un villaggio rurale alle porte di Saint Bernard, cittadina del sud dell'isola di Leyte, nelle Filippine centrali. Una corsa contro il tempo per trarre in salvo le centinaia di dispersi che mancano all'appello. Una cinquantina i vivi e circa duecento i cadaveri dissotterrati fino a ieri sera. Ma si teme che il bilancio possa essere addirittura catastrofico: il parlamentare filippino Roger Mercado le vittime potrebbero essere 2.000, mentre il responsabile delle operazioni militari di soccorso, il colonnello Raul Fernacio, si è spinto oltre, fino a ipotizzare 3-4mila morti. In pratica, tutti gli abitanti del villaggio. Le strade bloccate e i ponti crollati hanno ostacolato le operazioni di soccorso, che sono proseguite per l'intera nottata. Già ieri mattina il presidente delle Filippine, Gloria Arroyo, aveva prontamente inviato sul posto “soccorsi per aria, terra e mare”. A muoversi subito anche la macchina della solidarietà internazionale. Una nave da guerra statunitense, che partecipava a manovre a nord di Manila, si è recata sul luogo della tragedia (laddove 62 anni fa ci fu la più grande battaglia navale della II Guerra tra Giappone e Usa), mentre a Ginevra la Croce Rossa Internazionale ha sbloccato 128mila euro dal suo fondo d'emergenza e lanciato un appello per raccogliere 1,28 milioni di euro.
“Esprimiamo solidarietà nella preghiera alla Caritas e alle popolazioni locali colpite da questa ennesima tragedia”, ha scritto papa Ratzinger in un messaggio, sollecitando interventi “rapidi e generosi” della comunità internazionale alle Filippine, il paese più cattolico d'Asia. E sempre ieri è arrivato il messaggio di cordoglio di Ciampi: “l'Italia si sente particolarmente vicina al paese, cui è legata da vincoli di amicizia e solidarietà”. Oggi arrivano gli esperti Onu e i 10mila kit con farmaci e beni di prima necessità forniti dall'Unicef.
A provocare la disastrosa frana, che ha di fatto “cancellato dalla carta geografica” l'intero abitato di Guinsaugon, le piogge battenti delle ultime settimane. Che hanno eroso e fatto crollare una montagna già terribilmente provata dallo sfruttamento minerario e dal disboscamento selvaggio degli ultimi trent'anni. Ad accelerare i fatti, probabilmente, anche una leggera scossa sismica, registrata nove minuti prima del crollo. A scatenare la tragedia, dunque, sarebbero stati tre elementi congiunti: il terremoto, le piogge monsoniche, la deforestazione illegale.
Terribile, quasi surreale, il paesaggio che si è presentato ai soccorritori e alla prima troupe televisiva arrivata sul posto: un'immensa colata di fango da cui spuntavano solo le cime delle palme da cocco e qualche tetto di latta. Nulla più.
Drammatiche le testimonianze dei sopravvissuti. “Ho sentito la terra tremare e un forte vento, poi il fango tra i piedi”, ha raccontato sotto choc Didita Kamarenta, che vive su una montagna vicino al villaggio travolto. “Tutti i bambini, compresi i miei due figli, sono dispersi. Tutti laggiù, forse sepolti”. Finita sotto più di dieci metri di terra e detriti, infatti, c'è anche la scuola del barangay (il tipico villaggio rurale). Con dentro circa 250 bambini e decine di mamme e insegnanti che festeggiavano l'anniversario di un circolo femminile. La notizia è stata confermata dal governatore della Provincia di Leyte, Rosette Lerias, e da padre Erwin Balagapo, vicario giudiziale dell’arcidiocesi di Palo, che ha aggiunto: “C’è fango dappertutto. Un enorme campo di calcio dove prima vivevano più di trecento famiglie”.
E mentre ancora si cercano i sopravvissuti, già ci si interroga su eventuali responsabilità del governo. Sebbene, infatti - come ha precisato il membro del Congresso Mercado - “i residenti erano stati invitati a lasciare le loro case”, non si spiega perché non sia stata evacuata almeno la scuola. Mercado ha insistito sul fatto che nessuno ha voluto ascoltare gli avvertimenti dell'amministrazione, e che i pochi ad averlo fatto erano rientrati nel villaggio poche ore prima della tragedia, confidando nel po' di sole che, dopo interminabili giorni, aveva fatto capolino tra i nuvoloni grigi. Le Filippine non sono nuove a questo tipo di calamità. Sono colpite da almeno 20 tifoni l'anno, e nel 2004 una serie di tempeste ha fatto qualcosa come 1.800, tra vittime e dispersi. L'isola di Leyte, poi, era già stata teatro di una delle tragedie più pesanti: nel 1991 morirono in 6.000 in seguito a un'inondazione causata da un tifone.




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