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ALLUVIONI / LA RICETTA DELLA PREVENZIONE 18/2/06

Luciano Gonnella, esperto di disastri naturali, commenta la tragedia di Leyte nelle Filippine (nella mappa a fianco). La lezione di un vecchio programma della Cooperazione italiana. Ormai lettera morta

Emanuele Giordana

Sabato 18 Febbraio 2006


E’ perplesso Luciano Gonnella, funzionario delle Nazioni Unite con una lunga esperienza nelle Filippine da esperto della Cooperazione italiana. Lo lascia perplesso che sia stata travolta dal fango anche una scuola con bambini e insegnanti. Gonnella sostiene che un’evacuazione ben preparata può lasciar fuori qualcuno, perché molte persone, specie anziane, non se la sentono di abbandonare case e terreni, ma gli edifici pubblici...

Dunque cosa può essere successo?

Per ora non lo sappiamo ma possiamo ragionare sulle nostre esperienze in passato. Sappiamo che le Filippine sono un territorio a rischio di eruzioni, tifoni e inondazioni, proprio per questo spesso largamente prevedibili. Se scatta un piano di evacuazione siamo dunque in presenza di un’allerta. Ma qualcosa non deve aver funzionato se poi il fango ha colpito un’istituzione pubblica con studenti dentro. Le evacuazioni sono una cosa delicata perché la gente ha sempre resistenza a lasciare le proprie povere cose. E l’unica maniera di renderla efficace è preparare l’evacuazione con una grande condivisione della strategia da parte delle comunità locali

Lo si fa sempre?

Lo si è fatto in alcuni casi e temo che si tratti di mosche bianche. Agli inizi degli anni ’90 l’Italia finanziò ad esempio un programma di prevenzione nella provincia di Albay. Lo ricordo bene perché ad un certo punto un tifone che aspettavamo nella regione cambiò direzione e si diresse proprio su Leyte. Fu il disastro del novembre ’91 (5-6mila morti la stima ndr).

In cosa consisteva il programma?

Due erano le direttrici: rafforzare i sistemi locali e ridurre la vulnerabilità. In una parola, e prima che si verifichi al catastrofe, prepararsi ad affrontarla. Questo significava creare dei comitati locali che, in accordo con le autorità, lavorassero a migliorare e rafforzare la rete del sistema sanitario (centri di salute, ambulanze, imbarcazioni per il soccorso), a fare educazione al rischio nelle scuole, a creare un sistema di allerta rapido via radio e un collegamento con comitati di sviluppo economico locale. In parallelo si preparavano “mappe dei rischi” - integrate da mappe geologiche “tecniche” - che nascevano dalla percezione locale dei rischi e dalla consapevolezza delle risorse, ad esempio individuando zone sicure. Lavorare di concerto sul terreno dello sviluppo voleva anche dire coniugare rischi, attività economiche, necessità: dalle infrastrutture – le fogne ad esempio – alla coscienza dei rischi connessi a prassi come il disboscamento indiscriminato, una concausa nel disastro di Leyte

La lezione qual è?

Che soltanto un lavoro sul territorio che abbia questo approccio non settoriale funziona. E che una costruzione della coscienza del rischio che venga creata in modo partecipato dà risultati. Il programma finì in dicembre, un mese dopo eruttò il vulcano. Molti danni materiali. Nessuna vittima

Però par di capire che questi programmi non vadano per la maggiore…

Nel Pacifico esiste un importante centro di allerta molto sofisticato: foto aeree, satellitari, macchinari raffinatissimi. Però poi lo scontro vero con la natura è sul territorio. E lì si investe poco anche perché rende poco dal punto di vista dello spettacolo. Eppure non ci vuole molto. Spesso soltanto riattare una vecchia barca per renderla più rapida e in grado di prestare il primo soccorso. Allora costò all’Italia 800mila di dollari. Ma che io sappia, dopo quell’esperienza, questo genere di progetti non sono stati più finanziati



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