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IL DIFFICILE DIALOGO TRA ANKARA E SANTA SEDE 7/2/06

L’omicidio di don Andrea Santoro ha fatto tornare a galla questioni politiche e religiose decisive per il futuro della Turchia

Mimmo De Cillis

Martedi' 7 Febbraio 2006
L’ingresso nell’Unione Europea, le relazioni con il Vaticano, la libertà religiosa, i rapporti fra lo stato turco e le comunità religiose di minoranza: l’omicidio di don Andrea Santoro ha fatto tornare a galla questioni politiche e religiose decisive per il futuro della Turchia. Una serie di questioni su cui le opinioni, i gesti, le dichiarazioni dei cristiani, in patria e fuori, hanno un peso che può risultare determinante. Il premier Recep Tayyip Erdogan sembra capirlo molto bene, vista la sollecitudine con cui il governo turco si sta muovendo per assicurare alla giustizia l’aggressore e mostrare tutto l’impegno necessario per chiudere al più presto la vicenda Santoro.
I seguaci di Cristo nel paese sono presenti in Asia minore – ci tengono a dirlo – ben prima dei fedeli del Profeta Maometto. In Turchia, spiegano, grazie al predicatore principe Paolo di Tarso, i fedeli di quel Messia ebreo sono stati definiti per la prima volta “cristiani”. Siamo nel I secolo: è stata dunque una base decisiva per l’identità stessa dei discepoli di Gesù, e da qui il vangelo è partito per essere annunciato ai non ebrei, ai “gentili”, a popolazioni di culture diverse e nuove.
Un patrimonio di fede e di cultura, questo, che ha resistito allo scisma d’Oriente da un lato e, soprattutto, all’onda d’urto dell’impero Ottomano. Oggi il panorama cristiano è un mosaico articolato, come accade spesso nelle terre mediorientali: su 66 milioni di abitanti, al 98% musulmani, i cristiani sono lo 0,6%, circa 380mila anime. Sono in prevalenza ortodossi (greci, siri, armeni), guidati dal noto arcivescovo di Costantinopoli, il Patriarca ecumenico Bartolomeo; i cattolici (circa 33mila, di rito latino, armeno, siro, caldeo, greco, maronita) sono dotati di un conferenza episcopale e un Nunzio Apostolico, diretto rappresentante della Santa Sede.
Pur essendo una nazione con una costituzione laica (la Turchia è uno dei pochi stati a maggioranza islamica che non impedisce per legge la conversione dall’islam ad altra religione) molti cristiani vivono nell’anonimato, in quanto subiscono discriminazioni nella vita pubblica: la religione è scritta sulla carta di identità e i cristiani non possono accedere al Parlamento, né alla carriera militare.
Un tasto dolente su cui da anni la chiesa cattolica sta battendo è quello del mancato riconoscimento della personalità giuridica della chiesa: il che impedisce la proprietà di strutture, chiese, conventi , scuole (molti beni immobili sono stati confiscati e nazionalizzati) e costituisce un serio ostacolo all’evangelizzazione. A volte capita di vedere chiese trasformate in moschee o in musei, come quella di san Paolo a Tarso, dove l’eventuale celebrazione di un messa è consentita solo se richiesta da pellegrini cristiani, muniti di regolare biglietto. A scuola, poi, i ragazzi musulmani devono seguire la lezione di Corano, in lingua araba, imparando a pregare. Per esserne esentati occorre documentare l’appartenenza ad un’altra religione (cristiana o ebraica). La libertà religiosa, insomma, non è proprio al massimo livello. E su questo i cristiani si sono fatti avanti con il governo, ottenendo anche qualche risultato: i vescovi turchi infatti hanno apertamente sostenuto l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. E per darne una testimonianza concreta, si sono iscritti al Consiglio delle conferenze episcopali europee, legittimando in tal modo le aspirazioni di Ankara. E di questo Erdogan si è rallegrato, approvando, dal canto suo, la creazione di una commissione mista chiesa-stato per ristudiare il problema dello status giuridico. Un bel passo avanti. Ma in verità Ankara guarda ancora più avanti e punta al sostegno della Santa Sede. Ma questa è un’altra storia. Oggi sul soglio pontificio siede Joseph Ratzinger, che in passato non ha nascosto la sua avversione all’integrazione di Ankara in Europa. Anche se qualcosa sembra sta cambiando. Nell’autunno scorso il segretario di Stato vaticano Angelo Sodano ha ufficialmente parlato di “neutralità” della santa Sede. E la partita resta aperta, in quanto da poco è stata ufficializzata la visita di Benedetto XVI in Asia minore il 29 e 30 novembre 2006, per la festa di Sant’Andrea. Chissà che il pontefice, pur di arrecare benefici alla comunità locale, non ammorbidisca le sue posizioni.

L'articolo è stato pubblicato oggi su il manifesto



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