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LA SFIDA DEL NAZIONALISMO IN ASIA 3/2/06
Uno studio dell'International Crisis Group (nell'immagine militanti del Bjp)
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Claudio Landi
Venerdi' 3 Febbraio 2006
Il nazionalismo insidia pace e stabilità, sviluppo e crescita dell’Asia nordorientale, la regione più dinamica del mondo, la regione che comprende Cina, Giappone e Corea. Fin da quando è ripresa, duramente, la polemica politica internazionale sulla memoria degli orrori giapponesi nelle varie guerre di aggressione del Sol Levante in Asia orientale, (era l’aprile del 2005), la questione della memoria storica ha avvelenato i rapporti politici fra le nazioni dell’area, Cina, Giappone e Corea del sud, e ha rafforzato le pericolose derive nazionalistiche in tutti questi paesi.
Tutto è iniziato nell’aprile scorso, quando le continue visite del primo ministro giapponese Koizumi al santuario Shinto che comprende, idealmente, i resti dei militari uccisi, compresi i criminali di guerra dell’Impero giapponese di classe A, colpevoli di orrori e di stragi di tutti i tipi (ad esempio il generale Tojo, l’Hitler nipponico, già primo ministro dell’Impero al tempo della seconda guerra mondiale), hanno provocato le durissime contestazioni dei governi di Pechino e di Seul contro Tokio. Queste contestazioni governative, a un certo punto, sono diventate anche movimenti di piazza antinipponici, in particolare in Cina, mostrando la forza della mobilitazione in senso nazionalistico nella regione.
L’International Crisis Group, autorevole think tank liberale d’’Occidente’, ha studiato, negli ultimi giorni dello scorso anno (il 15 dicembre per la precisione), con un apposito e approfondito Report, i timori e i pericoli che stanno sorgendo grazie ai contrapposti nazionalismi. In Giappone, il primo ministro Koizumi (uscito trionfatore delle elezioni nazionali di settembre), continua a visitare il santuario Shinto proprio per solleticare un pezzo di opinione pubblica del suo paese, fortemente ultranazionalista e base elettorale del suo partito, il Pld, Partito liberaldemocratico. Non solo: uno dei candidati alla sua successione come leader del Pld e del Giappone, Abe, è ancora più nazionalista di Koizumi.
In Corea del sud, anche grazie ai mutamenti sociali e generazioni di questi anni (analizzati anche nel Report dell’ICG di cui abbiamo parlato), il nazionalismo coreano ha preso un orientamento particolarmente antiamericano: questa tendenza nazionalista coreana si mostra costantemente con il sostegno di larga parte dell’opinione pubblica di Seul al processo di dialogo con i vecchi nemici comunisti del Nord e con la durissima contestazione popolare ai comportamenti dei militari Usa in terra sudcoreana (fu proprio una vicenda particolarmente emotiva che coinvolgeva i militari americani ad aver favorito l’elezione dell’attuale presidente della Corea del sud, Roh, progressista e critico verso gli Usa).
Del nazionalismo cinese è perfino inutile parlare, tanto è forte: Pechino ha un potente issue nazionale nella ancora non avvenuta riunificazione di Taiwan alla Madrepatria. La cultura e l’ideologia nazionalista rappresenta, in tempi di forti ingiustizie sociali, un potentissimo carburante politico per il regime comunista. L’incipiente competizione politica con gli Stati Uniti danno ovviamente ulteriore forza allo spirito e alla politica ‘patriottica’ della Cina popolare’.
Il risultato di tutto ciò è il rafforzamento delle tendenze nazionalistiche nella regione, tendenze che però si intrecciano (e qui ritorniamo al Report dell’ICG da cui siamo partiti) con le controversie territoriali (ad esempio per i numerosi arcipelaghi contestati del mar cinese orientale) e con la competizione di potenza regionale fortissima fra Cina e Giappone in particolare. Ognuno può immaginare la pericolosità di tendenze nazionalistiche mischiate con interessi politici e geopolitici emergenti contrapposti.
Alla fin fine, è proprio la forte rivalità sino giapponese nella regione a preoccupare l’opinione pubblica internazionale: l’ICG dà una lunga serie di ‘consigli’ ai governi di Pechino e Tokio per evitare aggravamenti della situazione e per affrontare cooperativamente (ovvero saggiamente) le crisi geopolitiche. Il punto di fondo è che la rivalità sino giapponese, agli occhi di molti osservatori, porta a un possibile ‘contenimento’ politico o addirittura strategico del peso crescente della Cina nell’Asia orientale. Quindi, agli occhi di costoro, qualsiasi fattore che alimenta la rivalità sino giapponese appare gradito ed opportuno: in particolare gli ideologi neocons tendono a ritenere il Giappone l’alleato chiave nello scontro globale con la potenza nascente della Cina. E quindi il nazionalismo giapponese diventa, ai loro occhi, una arma politica importante contro l’opposto nazionalismo cinese. Ecco allora che i consigli dell’ICG (consigli saggissimi) di ‘fare chiarezza’ e di ‘assumersi le responsabilità’ sul piano storico, diventano, agli occhi di questi ideologi, vera ‘eresia’.
Ma non sarà, al contrario di quello che pensano certi ideologi, che, alimentando l’aggressivo nazionalismo giapponese, non solo si attizzano pulsioni pericolose per la stabilità di una regione, ma si rafforzano tendenze e culture estremamente pericolose per lo stesso ‘Occidente’? Alla fin fine, il nazionalismo giapponese è l’ideologia più organicamente antioccidentale e antiindividualistica esistente nell’Asia orientale. Partendo da questa semplice osservazione, qui noi possiamo solamente fare una rapida riflessione storico-politica (ovvero un’analisi superficiale e una provocazione intellettuale): il Giappone è sempre più attratto economicamente e ‘strutturalmente’ dal crescente capitalismo cinese. Questa tendenza, salvo imprevisti, continuerà a svilupparsi ulteriormente nel futuro. Il Giappone, per evitare di essere politicamente assorbito dal nuovo Impero di mezzo, deve darsi qualche potente polizza di assicurazione strategica. India e Russia, nel trattare e nel cooperare con la Cina, hanno comunque una loro potente e autonoma polizza strategica, l’arsenale nucleare. Il Giappone non ha, per ovvie ragioni storiche, una capacità di deterrenza nucleare: attualmente la polizza giapponese si chiama Washington. Tokio ‘usa’ la potenza americana non per essere un alleato con cui condividere ‘valori’ e ‘interessi strategici’, ma semplicemente un patner che cerca di ‘tutelarsi’ mentre stringe rapporti sempre più forti con il capitalismo cinese. Dunque, gli Stati Uniti sono, per il Giappone, il ‘sostituto’ dell’armamento nucleare nel grande gioco della cooperazione asiatica: ma nessuna sa che cosa potrebbe accadere se una leadership ancora più nazionalistica andasse al potere a Tokio. Un governo ultranazionalista a Tokio potrebbe decidere di adottare l’arma nucleare. Che cosa accadrebbe allora nel grande gioco strategico? Gli ideologi sono sicuri che un Giappone potenza nucleare rimarrebbe un alleato di Washington o, al contrario, rinuncerebbe all’’ombrello’ americano?
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