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LE NUOVE GAMBE DEL WELFARE 20/1/06

Il non profit cresce in Italia in modo esponenziale. E occupa il posto lasciato libero dallo stato sociale. Interrogativi su pubblico e privato a partire da una ricerca condotta da un team guidato da Nadio Delai col compito di “Valutare il non profit”

Emanuele Giordana

Venerdi' 20 Gennaio 2006

Una volta si diceva del “terzo settore” che fosse la “ruota di scorta” degli enti pubblici. Ma oggi non è più così. Il terzo settore, “terzo sistema”, “privato sociale”, “non profit” o comunque lo si voglia chiamare, è ormai una solida gamba di un sistema che, se non è proprio in dismissione, arretra rispetto ai compiti tradizionali dello stato sociale o comunque si appoggia ormai su una pluralità di protagonisti. Il welfare state è diventato welfare mix o, se preferite, lo stato sociale fa un passo indietro e la società civile con le sue organizzazioni ne fa uno avanti. Se sia interamente una buona notizia resta naturalmente da discutere.
L’ultima radiografia di questo universo che ormai conta grandi numeri, ma anche l’analisi di come è cambiato il welfare italiano, è contenuta nel corposo saggio che un gruppo di lavoro coordinato da Nadio Delai, nome noto nell’ambiente del terzo settore e della ricerca in Italia, ha elaborato per conto della Fondazione Unidea e il cui fine è capire di quali strumenti il non profit può dotarsi per misurare la qualità della sua crescita esponenziale. Ma la ricerca presentata a Roma mercoledì scorso da Giuseppe De Rita (“Valutare il non profit” edizioni B. Mondatori) dice molto di più rispetto al motivo per cui è stata commissionata e nel contempo, in assenza di nuovi dati sul fenomeno (fermi al censimento Istat del 2001), delinea i contorni di una galassia in espansione. Diventata, da nebulosa sociale con finalità etiche, a impresa etica ormai attiva nel comparto dove lo stato tende a fare un passo indietro. Quello del welfare appunto.
La ricerca di Delai parte da un dato interessante. E cioè che circa tremila degli ottomila comuni italiani si affidano ormai sempre di più al non profit per garantire servizi soprattutto sociali e sociosanitari. Il 30% dei Comuni italiani ha insomma un suo albo del non profit che certifica come ormai il “terzo settore” sia diventato un partner ineludibile quanto necessario. Una gamba più che una semplice stampella. E’ una galassia che nel 2001 contava oltre 230mila associazioni e 600mila occupati ma che oggi presumibilmente è assai più ampia se si pensa che, dal ’91 al 2001 (dieci anni scanditi dagli unici due censimenti a portata di indagine), le associazioni non profit si sono quadruplicate (erano 61mila nel ‘91).
“Lo sviluppo del terzo settore – spiega Delai –risale alla metà degli anni Settanta con il superamento di un sistema, costituito dal mercato e dallo stato, non più in grado di soddisfare tutti i bisogni e le istanze emergenti da una società che si è andata sempre più articolando”. Articolazione che racconta di “una società civile più ricca e differenziata – continua il direttore di Ermeneia che per un decennio è stato alla guida del Censis – favorita dalla crescita di un ceto medio con una forte spinta partecipativa”. Nel contempo, spiega la ricerca, il consolidamento dei nuovi servizi sociali richiedeva e richiede entità con una strutturata capacità gestionale, contribuendo a far fare il salto di qualità a un associazionismo nato con diversa vocazione (civile ma in gran parte dei casi confessionale) e ormai trasformatosi in vera e propria impresa sociale. Senza per altro aver dimenticato le sue radici e una profonda “cultura della solidarietà”.
Il terzo settore ha finito così per caratterizzarsi come il promotore della tutela dei diritti e della promozione sociale, come lo sperimentatore di nuovi servizi e come suo produttore stabile. Andando incontro alle necessità di welfare “leggero” richiesto dai tradizionali erogatori dei servizi: gli enti locali, le Asl, lo stato.
Organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali hanno così finito per diventare la cinghia di trasmissione tra le esigenze degli enti pubblici e i “clienti” del welfare soprattutto in due settori: quello socioassistenziale e quello sociosanitario. Dove le necessità sono aumentate grazie all’invecchiamento della popolazione e al progressivo ritiro del pubblico dalla gestione diretta dello stato sociale. La contrazione delle unità pubbliche locali e il blocco del personale che vi opera – spiega la ricerca - è dovuto a un “processo combinato di privatizzazione e di esternalizzazione di una serie di servizi”, tra cui anche quelli del welfare. Il “ritiro del pubblico” da alcuni comparti di tradizionale impegno è “marcatamente evidente in ambito sanitario” e gli fa da contrappunto la crescita pressoché analoga di imprese private che operano nella sanità e nei servizi sociali (+51,8%) e di imprese che forniscono servizi sociali e personali (+16,5%). In un decennio, il “ritiro” degli enti sanitari e delle unità locali è stato all’incirca della metà rispetto al suo impegno precedente. Mentre nello stesso periodo si costituiva oltre il 50% delle organizzazioni che svolgono assistenza sociale e più del 38% di quelle che operano nella sanità. Alle prese con i budget difficili del settore sanitario o con i buchi di bilancio di certe regioni ( il record è del Lazio governato da Storace, che ha lasciato un “rosso” di 2,9 miliardi di euro), la sanità pubblica utilizza quindi il non profit come una gamba sana su cui appoggiarsi. Il 62,1% del settore testato da Delai svolge supporto al welfare mentre il 37,9% si occupa prevalentemente di partecipazione (attività educativo-formative, ricreative e sportive, tutela dei diritti e dei beni culturali, solidarietà internazionale). Le più attive sono le cooperative sociali che sono presenti nel welfare nella misura di sei su dieci e che sono aumentate di oltre un quinto come addetti “proprio in connessione alla tendenziale dismissione della gestione pubblica dei servizi sociosanitari che vengono assorbiti in parte dal mercato for profit e in parte dal mercato sociale”.
Quanto valga in termini quantitativi questa guerra tra profit e non è difficile da dire. “Non parlerei di una guerra – dice Delai – il fatto è che ormai il welfare è un concorso di fattori e di soggetti: si regge e si deve reggere insomma su più gambe”. Quali? “Il pubblico, il terzo settore di cui stiamo parlando, il privato e l’assicurativo. Basta pensare all’ultima sanatoria che ha portato alla luce 700mila badanti. E queste chi le paga? Il privato cittadino”. E il privato come impresa? “Certo esiste anche quello ed è un campo che andrebbe indagato. Andrebbe meglio indagato, voglio dire, questo rapporto tra le quattro gambe. Quel che possiamo dire oggi con certezza – conclude Delai – è che il terzo settore ha un valore aggiunto e non solo perché costa meno di una clinica privata. Per il terzo settore ci sono “perone” e non semplicemente “clienti”. In una battuta potremmo dire che la differenza sta tutta qui”.
A proposito della ricerca ci sono comunque da registrare almeno altre due sorprese: la prima è che il fenomeno della crescita del terzo settore nel welfare è equamente distribuita in tutta Italia. Le associazioni del non profit forniscono il 54,3% dei servizi nel Nord Italia e in particolare in Lombardia (sanità), Trentino-Alto Adige e Piemonte (assistenza sociale). Al Centro (20,1%) è la Toscana a eccellere per associazioni impegnate nella sanità e il Lazio per l’assistenza sociale, mentre al Sud e Isole (25,6%) il non profit è protagonista in Molise (sociale) e Sardegna (sanità).
La seconda sorpresa è la capacità di non dipendere solo dai fondi pubblici. Le organizzazioni impegnate nel sociosanitario lo sono di più, forse in virtù del rapporto più stretto con le amministrazioni pubbliche. Inoltre si tratta di realtà solitamente di matrice nazionale. Ma se il quadro viene allargato a tutte le realtà del non profit, la maggior parte delle quali ben radicate nel territorio, quasi il 55% dipende da finanziamenti erogati da soggetti privati che sostengono le iniziative attraverso donazioni o contributi, si tratti di singoli, chiese, fondazioni, imprese.
In qualche misura dunque anche il portafoglio del privato sostiene un welfare da cui lo stato si ritira. “Il termine ritiro, anche se lo abbiamo usato nella ricerca, corre il rischio di essere improprio”, dice Delai. “Non è che esista un pericolo reale di dismissione totale da parte dello stato, anche perché basta guardare i livelli di spesa e si capisce che il problema non è la chiusura totale dello sportello pubblico. In realtà oggi bisogna prendere atto del fatto che sono cresciute le esigenze, i bisogni. Necessità che prima non c’erano e erano sommerse. A queste richieste – conclude il direttore di Ermeneia - il pubblico da solo non può e non riesce a rispondere. Sono le quattro gambe di cui parlavamo prima e di cui nella nostra ricerca ne viene analizzata solo una. Fenomeni complessi richiedono risposte complesse. Il terzo settore è una di queste”.



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