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MINA': DISUGUAGLIANZE E LEGGE ELETTORALE LE SFIDE PER LA BACHELET 20/01/06

Gianni Minà, direttore di Latinoamerica, commenta i risultati delle elezioni cilene: "La vittoria della Bachelet segna una svolta importante".

Gabriele Carchella

Venerdi' 20 Gennaio 2006
L’anno elettorale in America latina si è aperto sotto il segno della sinistra. Così come si era chiuso il 2005, dopo la storica vittoria in Bolivia del leader cocalero Evo Morales. La candidata di centro-sinistra Micelle Bachelet ha trionfato nel ballottaggio cileno battendo il rivale conservatore, il ricco imprenditore Sebastián Piñera. Una donna diventa così per la prima volta inquilina della Moneda, in un’area del globo nota per le sue tendenze machiste. “La Bachelet non è però la prima donna presidente in America latina. Prima di lei sono state elette Violeta Barrios de Chamorro, che battè i sandinisti in Nicaragua; Mireya Elisa Moscoso, a Panama, che si rifiutò di estradare a Cuba il terrorista internazionale Luis Posada Carriles; ed Ertha Pascal-Trouillot ad Haiti”. A ricordarlo è Gianni Minà, direttore della rivista Latinoamerica e volto noto del giornalismo italiano. “A 15 anni dalla fine di una dittatura sanguinaria come quella cilena, - continua Minà - più che il suo esser donna è rilevante il fatto che la Bachelet sia figlia di un generale lealista dell’aviazione, morto d’infarto dopo esser stato torturato nelle carceri di Augusto Pinochet. La stessa Bachelet è stata torturata nella famigerata Villa Grimaldi e in seguito ha dovuto riparare nella Repubblica Democratica Tedesca (Ddr)”.
Il presidente uscente Ricardo Lagos passa il testimone alla Bachelet, espressione delle stesse forze politiche. Quali sono le possibili novità?
"La vittoria della Bachelet segna una svolta importante, perché fino a poco tempo fa, cioè fino alla presidenza di Ricardo Lagos, l’influenza dei militari sulla vita del paese era pesantissima. Anche i due precedenti presidenti, i democristiani Patricio Aylwin ed Eduardo Frei, hanno governato profondamente condizionati dalle intrusioni dei militari. Dopo gli Usa, il Cile è il paese che ha speso di più in armamenti, investendo su questa voce il 4% del bilancio annuale. Tutto ciò è accaduto a causa del retaggio della dittatura militare. Dopo la fine della dittatura, i leader del paese, espressione della Concertación, colazione nata dall’accordo tra democristiani e socialisti, non sono riusciti a ridimensionare il peso dell’esercito. La Bachelet ci proverà: tra le promesse da lei fatte in campagna elettorale, c’è anche la fine della leva militare obbligatoria".
Quali sono le sfide che attendono la Bachelet nel continente americano?
"La nuova presidente dovrà affrontare problemi non facili. Sul fronte economico, il Cile ha fatto una scelta neoliberista e ha aderito all’Alca, il trattato di libero commercio con gli Usa, rifiutato dalle altre nazioni latinoamericane. Persino l’Ecuador, retto dal presidente a interim Alfredo Palacio, ha congelato l’accordo, mentre prende sempre più piede il Mercosur, l’accordo di integrazione economica che nasce tra Brasile e Argentina e che ha conquistato l’Uruguay, il Venezuela e la Bolivia di Morales. Anche al Cile converrà forse aderire, ma quali conseguenze potrebbe avere un’eventuale adesione nei rapporti con gli Stati uniti?"
E sul fronte interno?
"La Bachelet si è impegnata a prendere misure importanti: una legge contro la discriminazione della donna; sanità gratuita per gli ultrasessantenni; fine della leva militare obbligatoria; 20mila nuovi posti per i bambini negli asili nido; aumento automatico delle pensioni minime sulla base dell’inflazione. In Cile, la macroeconomia funziona a spese della microeconomia, l’economia di barrio, dove si annoverano molte ingiustizie. Dopo il Brasile, il Cile è infatti il paese con le maggiori disuguaglianze sociali: il 10% della popolazione controlla il 45% della ricchezza. La Bachelet è attesa quindi da un lavoro enorme. La sua storia personale rassicura, ma dovrà rompere convenzioni che gli altri presidenti non hanno saputo rompere. La vittoria della Bachelet è importante perché è una leader più in sintonia con l’idea socialista. Ma è una vittoria che pone anche molti problemi, che la presidente dovrà dimostrare di saper affrontare. Non ultimo il nodo della legge elettorale binominale, a causa della quale la sinistra radicale non ha nemmeno un deputato in parlamento, sebbene abbia superato il 5% delle preferenze. Con una legge diversa, la Bachelet potrebbe avere un appoggio da sinistra che in questo momento non ha".
Come viene visto l’avanzare delle sinistre in Amercia latina negli Stati uniti e in Europa?
"In questo momento l’America latina allarma i conservatori. In Brasile è stato eletto un sindacalista metallurgico: Luis Ignacio Lula da Silva. In Bolivia, ha vinto il leader dei coltivatori di coca, l’indio Evo Morales. In Ecuador e Perù, si prospetta una vittoria della sinistra ortodossa. Certo, non mancano le difficoltà. Lula, per esempio, ha dovuto frenare sulla riforma agraria, ma il vento in America latina soffia comunque in direzione contraria a quella che vorrebbe la Casa Bianca. Gli Stati uniti, impegnati in Iraq e concentrati in generale sull’Asia, hanno perso di vista il loro cortile di casa. La storia non perdona: gli Usa stanno pagando la politica adottata negli ultimi decenni, nel corso dei quali hanno messo a capo dei paesi latinoamericani dittatori formati e indottrinati alla Escuela de las Américas. Il nuovo corso spaventa persino le cosiddette socialdemocrazie europee, che non riescono a capire ciò che accade nei paesi dell’America latina".

L'intervista è apparsa oggi su La Nuova Sardegna



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