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CUBA, DAL MACHISMO ALLA (PARZIALE) APERTURA 22/01/06

Il regime castrista ha ammorbidito la sua posizione in materia di omosessualità. La rivoluzione cubana è sempre stata machista. Da qualche anno, però, i gay a Cuba se la passano un po’ meglio

Gabriele Carchella

Domenica 22 Gennaio 2006

Accade qualcosa di insolito tra gli splendidi palazzi coloniali dell’Avana vecchia. Le foto di un artista maledetto, gringo e per di più gay, sono in bella mostra da dicembre nei locali freschi di restauro della “Fototeca de Cuba”. E ci rimarranno per gli occhi di cubani e turisti fino a metà febbraio. Il fotografo è l’americano Robert Mapplethorpe, una delle icone della cultura omo, morto nel 1989 malato di aids. Un personaggio discusso anche negli Usa, tanto che negli anni Novanta le sue immagini esposte a Cincinnati scatenarono dibattiti e denunce per oscenità. Ma all’Avana, in queste settimane, si respira un’aria diversa. All’inaugurazione della mostra di Mapplethorpe, intitolata “Sacro e profano”, è intervenuto addirittura il presidente del Parlamento cubano Ricardo Alarcón. L’evento conferma che il regime castrista ha ammorbidito la sua posizione in materia di omosessualità. La rivoluzione cubana è sempre stata machista, con la sua retorica dell’onore e i suoi motti riservati agli uomini veri. Il suo simbolo sono i “barbudos” - Fidel, Che Guevara, Camilo Cienfuegos e compagni - che attraverso la lunga barba incolta dimostravano tutta la loro rivoluzionaria virilità. Appena vinta la sua guerra contro il dittatore Batista, la nuova classe al potere non tollerava che il popolo rivoluzionario si dedicasse a forme d’amore devianti. Negli anni sessanta, gli omosessuali veniva internati in campi di lavoro con lo scopo di “curarli” dalla loro “deviazione sessuale” attraverso le fatiche quotidiane. Ma gli scarsi risultati della tolleranza zero posero fine all’esperimento, anche se per i gay l’emarginazione è rimasta la norma. Tra quelli che sono passati per i campi di lavoro, ce ne sono anche molti che oggi occupano posizioni di rilievo nel panorama culturale cubano, oltre a tanti altri sconosciuti. Da qualche anno, però, i gay a Cuba se la passano un po’ meglio. Tutto merito di un film uscito nel 1994 e del suo successo inaspettato. Può sembrare strano, ma “Fresa y chocolate”, girato da Tomas Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio, è riuscito a far conoscere ai cubani un mondo poco conosciuto e per questo da alcuni disprezzato. La storia di amicizia tra lo studente comunista David e l’artista omosessuale Diego ha cambiato la percezione dell’omosessualità nell’isola. Il successo mondiale della pellicola ha spiazzò lo stesso regime castrista, che fece buon viso a cattivo gioco e mostrò più tolleranza verso la diversità sessuale. I festival per travestiti, i club privati e i locali riservati a una certa clientela non erano più tabù. Nell’isola caraibica, del resto, i costumi sessuali erano già molto liberi, nonostante i tentativi del regime di porre un freno al dilagante fenomeno del jineterismo. Termine con cui si indica la prostituzione in salsa cubana, favorita dalla grande povertà delle classi medio-basse. A maggior ragione, la repressione contro gli omosessuali appariva un’eccezione quanto mai ingiusta. Ma un film, da solo, non può far cambiare idea a un regime. Gli esuli cubani accusano L’Avana di continuare le repressioni. La campagna anti-omosessualità del 2001 ha segnato una marcia indietro rispetto agli anni precedenti. Secondo gli anti-castristi, gli omosessuali sono ricattati e obbligati a confessare la loro “anomalia”, e molti di loro sono stati condannati in base alla legge di “pericolosità” senza che abbiano commesso alcun delitto. Accuse esagerate? Forse. Ma di certo difficili da verificare. I gay cubani, comunque, non si lasciano scoraggiare. Anche se non esistono locali espressamente pensati per loro, i punti di ritrovo non mancano. E la polizia, come fa già per le jineteras, sa chiudere un occhio.

L'articolo è apparso sul numero di gennaio di New Politics, l'inserto mensile de Il Riformista



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